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Abbreviazioni nel testo del presente capitolo:
(Autori greci) ARISTOPH., Plu. =Aristophanes, Plutus ARISTOT.=Aristoteles
ATHEN., Deipn.=Atheneus, Deipnosophistai
D.H., Ant. Rom.=Dionysius Halicarnassensis, Antiquitates Romanarum quae supersunt
Diog. Laert., Vitae Phil.=Diogenes Laertius, Vitae Philosophorum
DIOSC., De mat. med.=Dioscurides, De materia medica
D.S., Bibl.=Diodorus Siculus, Bibliotheca Historica Esic., Lex =Esichius, Lexicon
ESIOD., Theog =Esiodus, Theogonia GAL., Temp.=Galenus, Temperamenta
GIAMBL., Vita Pyt =Giamblicus, Vita Pythagorae Hipp., Epid =Hippocrates, Epidemus
Licophr., Alex.=Licophrones, Alexandra Lucian., Somn.=Lucianus, Somnium
PLB., Hist.=Polybius, Historiae Plu., De ed. puer.=Plutarchus, De educatione puerorum
Str., Geog =Strabo, Geographica TEOPHR., Hist. Pl. =Teophrastus, Historia plantarum
XEN., Vectig.=Xenophon, Vectigalia
(Autori latini) AN. RAV., Itiner.=Anonimus Ravennatis, Itinerarium
CAEL. AUREL., Morb. Chron.=Caelius Aurelianus, Morbus Chronicus
CASS., Var.=Cassiodorus, Variae CATO, De agr.=Cato, De agricoltura; Orig.=Origines
CATUL., Ep.=Catullus, Epigrammata CIC., Bru.=Cicero, Brutus; De div.=De divinatione; De leg.=De legibus; Tusc.=Tusculanae disputationes
COLUM., De re r.=Columella, De re rustica
FEST., De verb. Sign.=Festus, De verborum significatione
FRONT., Strat.=Frontinus, Stratagemata HOR., Epist.=Horatius, Epistulae
IUV., Sat.=Iuvenalis, Saturae LIV., Ab Urb.=Livius, Ab Urbe condita libri
MACR., Sat.=Macrobius, Saturnalia MART., Ep.=Martialis, Epigrammata
MART. CAPEL., Nupt. =Martianus Capella, De nuptiis Mercurii et Philologiae
OR., Sat =Oratius, Saturae OR., Ep.=Oratius, Epodi OV., Am.=Ovidius, Amores; Med. fac.=Medicamina faciei PERS., Sat.=Persius, Saturae
PLAUT., Aul.=Plautus, Aulularia; Cap.=Captivi; Men.=Menaechmi; Merc.=Mercator; Mil.=Miles gloriosus; Most.=Mostellaria; Poe. Poenulus; Rud.=Rudens
PLIN., Epist.=Plinius, Epistulae PLIN., N.H.=Plinius, Naturalis Historia
PORPH., Vita Pyt.=Porphyrius, Vita Pythagorae PS.- APUL., Herb.=Ps.- Apuleius, Herbaria
RUT. NAM., De red.=Rutilius Namatianus, De reditu suo
SCR. LARG., Comp. med.=Scribonius Largus, Compositiones medicamentorum
SEN., Epist.=Seneca, Epsitulae ad Lucilium SERV., Ad Aen.=Servius, Ad Aeneidem
SYMM., Epist. =Symmachus, Epistulae TERT., De an.=Tertullianus, De anima
TIBULL., El.=Tibullus, Elegiae VARRO, De agr. =Varro, De agricoltura; De l. l.=De lingua latina VAL. MAX., Mem.=Valerius Maximus, Memorabilia
VERG., Aen.=Vergilius, Aeneis ; Georg.=Georgicae VITR., De arch. =Vitruvius, De architectura
La ricerca degli ambiti olfattivi relativi al mondo etrusco ha determinato da subito, a causa dei molteplici potenziali settori di indagine, la necessità di una scelta mirata. Si è cercato cioè di approfondire quegli argomenti che, da un lato, offrissero dati importanti e storicamente accertati relativi all’ambito olfattivo; dall’altro che fossero il più possibile connessi, dal punto di vista storico-documentario, con alcuni reperti conservati all’interno del Museo locale della città di Cortona, con i monumenti funerari del Parco Archeologico, e, in generale, con la storia del territorio, inteso come paesaggio che interagisce con l’attività umana [2] .
In particolare la ricognizione storica si è appuntata sui seguenti temi:
- alcuni aspetti del carattere agricolo della società etrusca, facendo attenzione a tutti quei prodotti derivati da pratiche di coltivazione, che possono avere avuto una parte importante sia come alimenti a sè stanti, sia come ingredienti nella preparazione di pietanze più complesse; ancora, i prodotti dell’allevamento e delle attività predatorie (caccia e pesca) ed il rituale del banchetto;
- l’utilizzo di piante medicinali storicamente attestato da parte degli Etruschi;
- i rituali di sepoltura;
- profumi e tecniche di profumazione degli ambienti.
La società etrusca, come ogni altra società dell’antichità, ebbe una base economica fondamentalmente agricola e per prima realizzò, nella nostra penisola, una forma agraria organizzata e stabile del paesaggio, frutto di una costante azione selettiva o distruttiva sulla vegetazione spontanea. Se si percorrono a ritroso almeno cinquemila anni, la configurazione ambientale dell’Italia non presenta alterazioni macroscopicamente apprezzabili rispetto al sistema orografico ed idrografico odierno: le pianure attuali erano già formate, i vulcani toscani e laziali già spenti e solo i profili delle coste erano molto diversi. Le pianure asciutte erano però ricoperte, molto più che adesso, da boschi di olmi, tigli, aceri, allori, querce e, nella fascia costiera, da pini. La sedimentologia non mostra particolari irrigidimenti climatici per questo periodo, con variazioni di poco più di un grado, per nulla incidenti sulle coltivazioni agricole. Dal Neolitico in poi, fino all’apparire attorno al IX secolo a.C. della prima facies culturale della civiltà etrusca, denominata villanoviana, l’uomo-agricoltore privilegiò dunque, proteggendole e diffondendole tenacemente, le specie di piante “economiche”, utili per il suo sostentamento o per la sua cura [3] .
L’Etruria, nome latino della regione in cui si sviluppò la civiltà etrusca, corrisponde approssimativamente all’attuale Toscana, con i confini orientale e meridionale segnati però dal corso del Tevere ed il confine occidentale segnato dal Mar Tirreno, incluse le isole. Il confine settentrionale era probabilmente costituito dalla valle dell’Arno; comunque non va dimenticato che, alla fine del VI secolo a.C., l’espansione etrusca raggiunse la pianura padana e la Campania, e la tradizione letteraria vuole che, nelle nuove terre, fossero fondate dodecapoli come nell’Etruria propria [4] .
Quest’ultima presenta un certo frazionamento geologico: a sud, terreni di origine vulcanica punteggiati da antichi crateri, ora divenuti bacini lacustri; ad ovest, al paesaggio del tufo si contrappone quello della Maremma, con pianure estese lungo la costa, interrotte dalla collina calcarea dove sorge Tarquinia, dai Monti della Tolfa, dalle alture di Cosa, del Monte Argentario e dell’Uccellina. Le terre rosse, originate dalla decomposizione dei calcari, caratterizzano tali territori in parte coperti dalla macchia mediterranea. Se il tufo ed i calcari offrono un buon grado di fertilità, più poveri sono i terreni sabbiosi alluvionali delle pianure fluviali. Prima delle bonifiche la presenza di argille poco permeabili sotto i depositi sabbiosi provocava estesi fenomeni di impaludamento e, già al tempo di Catone, la zona doveva essere malsana, se egli spiegava che il nome di Gravisca, colonia romana fondata nel 181 a.C. per essere porto di Tarquinia, aveva tale etimologia quia aer gravis est [5] .
La terza area, corrispondente all’attuale Toscana con l’appendice perugina, si distingue per un paesaggio per lo più collinare, con un grande lago di origine tettonica, il Trasimeno, ed ampie vallate fluviali interne sparse per tutto il territorio (Valli del Tevere, del Chiana, del Cecina, dell’Arno).
Includiamo, in questa analisi, anche la pianura padana, di origine alluvionale, con un paesaggio quasi ovunque piatto ed uniforme, alla cui formazione ha contribuito l’opera plurisecolare di disboscamento e messa a coltura dell’uomo.
L’esistenza in epoca antica di zone boschive, oggi limitate ai soli boschi di Carrega presso Collecchio e, nel ferrarese, ai boschi Panfilo e della Mesola, è testimoniato, oltreché dai rinvenimenti paleobotanici, dal nome dei borghi di origine medievale, come Cerreto, Querceto, Frassineto, Rovereto, Saliceto, Castenaso. La leggera pendenza della pianura, con altitudine degradante da ovest verso est e dai bordi verso il centro, permette alle acque di scorrere verso il mare invece di fermarsi e ristagnare in paludi. Se i terreni ai piedi delle Alpi e degli Appennini, estremamente permeabili, rendono i terreni aridi e poco favorevoli alla vegetazione, quelli della bassa pianura sono invece più compatti ed impermeabili, trattengono le acque e le assorbono poco per volta: per questo si prestano maggiormente all’agricoltura.
I “granai d’Etruria”, evidenziati da uno studio pedologico e climatico, sono riconducibili dunque alla Val di Chiana, alla zona del Valdarno inferiore presso Pisa, alla Maremma, ai terreni tufacei dell’alto Lazio, alla Valle del Paglia, all’area sud-padana. Tutte queste aree offrono una precisa corrispondenza di reperti archeologici collegabili con l’agricoltura [6] (depositi votivi con attrezzi agricoli; modellini bronzei d’aratro, di buoi e di animali domestici; contenitori per derrate alimentari) e di cariossidi carbonizzate di cereali e legumi ritrovati negli scavi degli abitati etruschi; né sono da sottovalutare i precisi riferimenti, se pur tardi, delle fonti letterarie greche e latine alla fertilità e ai prodotti di queste terre [7] .
Gli Etruschi furono grandi produttori di cereali, vino ed olio. La coltivazione dei cereali fu assai precoce, come testimoniano numerosi reperti paleobotanici provenienti da siti dell’età del Bronzo (Luni sul Mignone, Sorgenti della Nova) [8] , ed un bronzetto villanoviano rappresentante un contadino che guida un aratro trainato da due buoi, pertinente ad un carrello bruciaprofumi da Bisenzio [9] .
Lo sfruttamento sistematico del suolo a partire dal IX secolo a.C. e la grande disponibilità di metalli, di cui il sottosuolo era estremamente ricco, presto utilizzati per la fabbricazione di uno strumentario agricolo di prim’ordine portò, nel giro di pochi secoli, a produrre una quantità in eccesso di cereali. Dionigi di Alicarnasso e Livio raccontano che Roma stessa, nel corso del V secolo a.C., in concomitanza con alcune carestie, non esitò a rifornirsi di cereali sia dalle città dell’Etruria interna che da quelle costiere [10] . Non è un caso che sempre alla fine del V secolo a.C. la zecca di Tarquinia batté monete con effigiato l’aratro [11] . Tali frumentationes assisteranno i Romani anche due secoli dopo. Nel 205 a.C., alla vigilia della spedizione di Scipione in Africa contro Annibale, le città etrusche di Cerveteri, Roselle, Volterra, Chiusi, Perugia, Arezzo procureranno numerosi moggi di frumento: in particolare Arezzo ne inviò 120.000 [12] .
La coltivazione cerealicola fu in particolare quella che impresse forma definitiva al paesaggio agrario, frazionato in campi di forme geometriche regolari, spesso delimitati da aceri maritati a vite, come ancora si poteva vedere nelle nostre campagne antecedentemente alla meccanizzazione agricola del secondo dopoguerra.
Quanto all’alimentazione, i cereali avevano un doppio uso: quelli nudi erano impiegati per ricavare farina da pane, come la famosa siligo, grano tenero prodotto a Chiusi e ad Arezzo per confezionare pane fine, come sappiamo da Plinio [13] ; quelli vestiti, fra cui il Triticum monococcum e l’Hordeum vulgare, erano usati predisponendoli nell’alimentazione mediante torrefazione, cui seguivano battiture e macinazione [14] . Con il grano frantumato si preparavano poi pappe e polente, in latino puls, termine che, secondo i glottologi [15] , sarebbe stato trasmesso dall’etrusco: di qui l’epiteto pultiphagi attribuito dagli orientali ai romani ed italici in genere, nomignolo ricorrente nelle commedie di Plauto [16] . Con il grano si preparavano anche farinate, in latino farratae, che Giovenale [17] specifica essere il piatto nazionale etrusco. Tali pultes potevano poi essere mescolate con ingredienti diversi, come uova e miele, unico dolcificante conosciuto. Nell’area di Pisa era apprezzata una specie di pasta-polenta ottenuta con un tipo di semola (alica) mescolata con vino e miele [18] . Diffuse in genere presso le popolazioni italiche erano le mescolanze fra farina di cereali e farina di legumi, in particolare le fave [19] . Gli stessi cereali dovevano essere presenti con diverse specie in tali piatti, come ci indica il termine latino farrago che, secondo Festo [20] , indicava una miscela di cereali coltivati per il bestiame, ma la pratica doveva in origine riferirsi a colture miste per l’alimentazione umana. Tale attività è ancora oggi attuata in alcune regioni alpine a clima rigido dove si seminano miscele di frumento e segale o anche avena, così che, a seconda dell’andamento stagionale, prevale l’uno o l’altro cereale, assicurando il raccolto. Con la farina di farro (Triticum dicoccum) si facevano anche focaccette impastate con olio, miele, oppure latte o fegato di pecora [21] .
Se non è da escludere che fin da epoca micenea il vino della Grecia, sia pure in forma sporadica, potesse essere conosciuto, tramite contatti commerciali, dalle popolazioni della penisola italica, fu soprattutto a seguito delle frequentazioni greche del IX secolo e della fondazione delle prime colonie greche nella penisola italica, a partire dalla fine dell’VIII secolo a.C., che la vite fu impiantata largamente nelle regioni meridionali, e che il vino venisse proposto su larga scala agli esponenti di rilievo dei grandi centri preurbani villanoviani [22] .
Già alla fine del IX secolo a.C. giunsero infatti dall’area euboica, in area veiente e romana, i primi vasi greci di importazione, che si collegano indiscutibilmente al consumo di vino importato, diffusi all’interno di sepolture di individui che si pongono ai vertici delle società [23] .
Recentemente è stata proposta l’ipotesi che fosse noto, almeno nel Lazio meridionale ma probabilmente anche in area etrusca, già un vino indigeno, indicato dalla parola latina temetum [24] . L’esistenza di un simile prodotto e di una ritualità ad esso connessa, precedente dunque l’introduzione dei riti simposiaci di origine greca, potrebbe essere confermata anche da altre due categorie di indizi.
La prima riguarda il mondo della ceramica, nel quale si ritrovano due forme vascolari autoctone molto probabilmente connesse con il vino: se il legame è probabile per la capeduncola con ansa bifora, esso è accertato per l’anforetta a spirale, fossile-guida delle necropoli laziali e sud-etrusche di età orientalizzante, la cui imitazione darà, come esito, l’anforetta attica nicostenica sicuramente connessa al vino, nel VI secolo a.C. [25] .
La seconda riguarda il mondo paleobotanico, con le attestazioni di Vitis vinifera e di vinaccioli presso l’abitato del Gran Carro (VIII secolo a.C.), località per la quale si è proposta l’ipotesi di un primo tentativo di sfruttamento indigeno della vite [26] o con la presenza di vinaccioli d’uva nelle tombe della necropoli laziale del Foro a Roma [27] .
Ma il nuovo prodotto, conosciuto attraverso l’osmosi culturale con i Greci, doveva presentarsi di qualità superiore, sia perché frutto di specie di vitis selezionate nel tempo, sia perché realizzato con le più progredite tecniche di coltura e di preparazione: il suo successo fra gli Etruschi sarà pertanto inarrestabile.
Con la fine dell’VIII secolo a.C. il cerimoniale del simposio si strutturò alla maniera greca specialmente in Etruria meridionale, quando a Tarquinia si stabilirono ceramisti greci che produssero, per le aristocrazie etrusche, interi gruppi di vasi per i momenti salienti del simposio: l’oinochoe e lo skyphos a decorazione geometrica, preposti rispettivamente per l’attingitura ed il trasporto del vino il primo, il vaso per bere dei simposiasti il secondo, il grande calderone in bronzo su sostegno o alto piede, ben attestato nei corredi delle tombe principesche orientalizzanti. Che la pratica simposiastica sia ormai largamente diffusa tra le classi principesche è testimoniato anche dalla lastre delle regiae di Murlo ed Acquarossa, della metà del VI secolo a.C.
Per ciò che concerne più propriamente il vino, fino alla metà del VII secolo a.C., all’interno dei corredi delle tombe degli aristocratici etruschi si trovano anfore prodotte unicamente in regioni greche (Attica, Eubea, Grecia orientale) o fenicie, insieme con materiali da mensa euboici, rodii o corinzi [28] . Fino a quell’epoca dunque il vino era un prodotto esotico, raro e alla portata di pochi. Lo stesso mito di Dioniso che trasforma in delfini i pirati etruschi che avevano cercato di rapirlo, cantato nel VII inno omerico e più volte raffigurato nella ceramografia etrusca, sembrerebbe adombrare tale sudditanza commerciale [29] .
Dall’ultimo quarto del VII secolo a.C. comincia invece, probabilmente nella prima fase per iniziativa dei grandi principes proprietari terrieri, una produzione di vino locale, anche grazie alle grandi masse di servi sulle quali poter contare [30] . In questo stato sociale numerosi gruppi di persone sono interamente destinati alla coltivazione di una coltura specializzata come la vite, che necessita di un’assidua cura. I primi emblematici segnali compaiono a partire dall’ultimo venticinquennio del VII secolo a.C. e riguardano la ceramica da mensa. Cominciano ad apparire diffusamente grandi servizi da simposio in bucchero, ceramica etrusca che imita per lo più le forme greche, anche se conserva anche alcune forme autoctone [31] .
Ma l’indizio più importante di una locale produzione di vino, che presto arriverà all’esportazione, è fornito da città come Cerveteri e Vulci, dove sono state localizzate botteghe che fabbricavano i contenitori da trasporto della bevanda. È attestata infatti una graduale diffusione delle anfore prodotte dalle due città sia nelle tombe che in numerose località dell’Italia e dei paesi che si affacciano sul bacino del Mediterraneo. Pensiamo in particolare ai rinvenimenti dei relitti lungo le coste francesi, ad esempio quelli di Cape d’Antibes e Bon Porté, che trasportavano assieme anfore (il vino) e il vasellame da mensa (vasi di bucchero necessari per il suo consumo e forse dono di rappresentanza).
In generale i numerosi rinvenimenti di anfore indicano che ambito privilegiato per l’esportazione del vino etrusco fu, oltre all’intera costa tirrenica fino alla Sicilia orientale, lo specchio nord-occidentale del Mediterraneo fino a Marsiglia e ad Ampurias. Il mercato era indirizzato dunque sia verso le colonie greche, che verso i Celti (odierna Francia), fino alla Spagna. Altri luoghi che hanno restituito sporadicamente vasellame di bucchero e di imitazione corinzia sono la Sardegna, la Sicilia occidentale, Cartagine e la Spagna meridionale, ambito geografico dove opera la marineria punica e dove il vino etrusco non può trovare accoglienza, a significanza di quella spartizione della influenza diretta tra le due potenze e di quell’alleanza di difesa del Mediterraneo occidentale in funzione antiellenica testimoniata anche dalla battaglia di Alalia e dalla lamina di Pyrgi iscritta in lingua punica [32] .
A partire dalla fine del VI secolo a.C. si canonizzano altre forme ceramiche da impiegare nel simposio: dal kyathos, forma vascolare etrusca con origini che affondano nell’età del Bronzo e che è riprodotta nel Ceramico di Atene, a tutte quelle forme nate e direttamente prodotte in Grecia, a figure nere prima, e rosse poi: kantharoi, skyphoi, olpai, oinochoai, kylikes, crateri, anfore. L’Etruria sarà l’acquirente più importante della produzione ceramica attica, pur continuando a produrre, in parallelo, anche serie ceramiche locali. Nei casi più raffinati abbiamo anche servizi realizzati in metallo. Basta pensare all’area dell’adriatico settentrionale che, fra il VI e il V secolo a.C., è caratterizzata dalla produzione di eleganti situle in bronzo per il consumo di vino [33] . Oppure ai non rari servizi in bronzo che, oltre alle consuete olpai e oinochoai, possono annoverare anche grattugie, colini, a seconda di esigenze di consumazione (probabile associazione, in alcuni casi, del formaggio grattugiato con la bevanda vino, filtraggio dello stesso o di decotti di cui poteva costituire base essenziale) [34] .
Le esportazioni di vino etrusco verso le coste della Francia continuano anche dopo la disfatta di Cuma, del 474 a.C., sia pure con una progressiva contrazione, almeno fino all’inizio del IV secolo a.C. Dal III secolo a.C. le anfore di produzione vulcente e ceretana vengono sostituite dalle anfore cosidette greco-italiche, provenienti dall’Italia meridionale, che ebbero una larghissima diffusione nel III-I secolo a.C. e che dovettero presto essere prodotte anche nell’Italia centrale [35] . Anche l’Etruria interna con i centri di Arezzo, Cortona e Chiusi sembra ora promuovere diffusamente una produzione vinicola, come è adombrato dalla serie monetale fusa ruota-ancora, riferita a tali città, che può presentare, al rovescio, anche il cratere o l’anfora [36] .
Le testimonianze paleobotaniche relative a questo orizzonte cronologico hanno restituito rami di Vitis vinifera a Pyrgi (in pozzi colmati verso il 270 a.C.) [37] e vinaccioli della stessa a Blera, presso l’insediamento agricolo Le Pozze (III secolo a.C.) [38] .
Le fonti letterarie relative alla produzione di vino, uve e vigneti risalgono quasi tutte all’età ellenistica e alla romanizzazione, pur facendo riferimento, in alcuni casi, ad epoche precedenti. Secondo Dionigi di Alicarnasso, abbondanti ed eccellenti erano i prodotti dei vigneti della regione etrusca, albana e falerna [39] . Sia Dionigi [40] che Livio [41] ricordano l’importanza del vino di Chiusi come attrattiva per i Celti a proposito del celebre passo sulla vicenda di Arrunte. Lo stesso Ateneo conferma come i vini etruschi fossero conosciuti ed apprezzati anche in Grecia [42] .
Plinio il Vecchio ricorda alcune qualità note di vitigni etruschi, che forse riflettono aree di produzione rinomate anche in epoca precedente: si tratta dell’uva di Todi, che ha due varietà piantate nel territorio di Arezzo e di Firenze [43] . Plinio rammenta anche un tipo di uva di Chiusi, impiantato anche a Pompei e nell’area del Vesuvio e da cui deriva il nome di Pompeiana [44] , il vino di Pisa [45] , i vini di Adria, Gravisca, Statonia, Luni [46] . A Caere sono dati come presenti vini di qualità [47] e vigneti [48] . I vitigni di Perugia, con uva dai chicchi neri, che in quattro anni forniva vino bianco, erano stati impiantati anche nell’area di Modena [49] . Un pessimo vinello dell’area di Veio è testimoniato da molti poeti [50] .
Non si hanno documentazioni letterarie significative relative alla presenza di olivi e dell’olio in Etruria. Secondo Fenestella e Plinio il Vecchio [51] , la coltura dell’olivo sarebbe stata introdotta da Tarquinio Prisco, proveniente dall’Etruria, ma figlio del greco Demarato. Sappiamo poi che Arrunte, a detta di Dionigi di Alicarnasso [52] , fra i prodotti che portò ai Celti per convincerli ad invadere le campagne di Chiusi offrì “molti otri di vino ed olio”. In questo caso dobbiamo affidarci largamente alla documentazione archeologica, paleobotanica ed epigrafica.
Fino a tutto il VII secolo a.C. l’olio fu importato dalla Grecia per quattro scopi principali: alimentare, ginnico, di illuminazione, estetico.
Nell’alimentazione l’olio era impiegato sporadicamente (dovevano trovare un consumo più largo i grassi animali), mentre più diffuso era il consumo delle olive; nell’ambito sportivo era comunemente utilizzato dagli atleti, specialmente dai lottatori, per sfuggire all’avversario, come nella famosa scena dipinta nella Tomba degli Auguri, a Tarquinia; spesso si vede l’aryballos contenente l’olio legato al braccio dell’atleta (come nella Tomba della Scimmia a Chiusi). Notevole doveva essere il suo impiego nell’illuminazione, da piccole lucerne fino ad arrivare a esempi eclatanti come il lampadario di Cortona, che presenta bocchette per accogliere l’olio che poi bruciava tramite uno stoppino. Nel mondo della bellezza femminile l’olio era impiegato, unitamente a sostanze profumate, dalle aristocratiche etrusche. Il prezioso liquido doveva accompagnare anche l’ultimo atto della vita umana, nella pratica di profumare il defunto con unguenti.
Fino alla metà del VII secolo a.C. l’olio era importato dalla Grecia già stivato all’interno di contenitori diversi a seconda dei vari usi. Per le grandi quantità si utilizzavano le anfore; per gli unguenti odorosi, in cui entrava come componente essenziale l’olio d’oliva, i contenitori erano i piccoli aryballoi, gli alabastra e gli askoi.
Le anfore greche olearie, rinvenute in gran numero specialmente a Spina, provenivano particolarmente dall’Attica. Invece i vasetti da profumi erano prodotti essenzialmente da Corinto. Questi ultimi, ricchi di decorazioni e raffinati, entravano nel corredo della matrona etrusca, come si può apprezzare da alcune scene incise su specchi. Di norma tra i mercanti greci e l’acquirente etrusco poteva frapporsi un rivenditore, che offriva l’olio dentro il contenitore o sfuso: è lecito supporre ciò osservando una scena su un vaso attico a figure nere, dove un uomo sta versando con un imbuto una piccola quantità di olio in un vasetto tenuto in mano dall’acquirente [53] .
L’importazione perdura per tutto il VII secolo a.C. (dall’Attica, Eubea, Corinto, Grecia orientale e Fenicia), ha come naturale conseguenza il fatto che in questo periodo non si coltivava l’olivo in Etruria.
Successivamente, a partire dal terzo quarto del VII secolo a.C., cominciano alcune produzioni anforacee etrusche che inizialmente imitano i tipi fenici elaborati in Occidente (esempi a Vulci e a Chiusi) e imitazioni in bucchero dei vasi da profumi. È il momento in cui si inizia a far concorrenza all’olio e ai profumi greci, attraverso una produzione locale. Le conoscenze tecniche sulla coltivazione dell’olivo furono probabilmente acquisite dalla Magna Grecia, regione dove già da tempo la coltura era praticata. L’olio, insieme al vino, comincia a comparire largamente nei corredi, testimoniato dai suoi contenitori specifici.
Conferma di tale processo è anche la terminologia olearia etrusca, prestito dal greco, e successivamente passata al latino. Basti citare la parola latina amurca, designante la morchia, che testimonia un chiaro passaggio del greco amorgon attraverso l’etrusco. Altrettanto significativa è l’iscrizione etrusca aska mi eleivana, presente in un aryballos di bucchero della fine del VII secolo a.C., che documenta, sia nel nome del vaso (aska da askòs), che nel contenuto (eleivana da elaion, olio in greco), l’origine greca di tali termini.
È chiaro che l’introduzione della coltivazione dell’olivo e della vite comportò da un lato una sicura trasformazione del paesaggio agrario, e dall’altro uno sfruttamento razionale delle campagne, che dovette toccare l’apice con l’affermazione della civiltà urbana. Affiancare ad una generale coltivazione estensiva (i cereali) una intensiva (quella dell’olivo e della vite) sottointende la presenza di manodopera specializzata, e un’attesa di molti anni prima di poter effettuare la raccolta. Oltre all’olio si utilizzavano, a fini alimentari, i frutti: ne è un esempio la Tomba delle Olive di Cerveteri, del 575-550 a.C., all’interno della quale si sono rinvenuti numerosi noccioli in una sorta di caldaia, assieme ad un servizio di vasi bronzei per il banchetto. Noccioli di olive sono stati recuperati anche nelle anfore del relitto dell’Isola del Giglio.
Attestazioni paleobotaniche sulla coltivazione dell’olivo in età etrusca provengono dalla zona portuale di Pyrgi, il porto di Cerveteri, all’interno di pozzi colmati verso il 270 a.C.; rametti di Olea europaea risalenti al IV-III secolo a.C. Da Blera, presso l’insediamento agricolo di Le Pozze, provengono invece un nocciolo intero ed uno frammentario di Olea europaea, insieme a materiali inquadrabili in un arco cronologico che spazia dalla metà del IV agli inizi del III secolo a.C. I due noccioli però non consentono di riconoscere caratteri discriminativi tra l’olivastro e l’olivo coltivato [54] .
Scarse sono le attestazioni letterarie, a differenza della vite e dei cereali, sulla presenza di alberi da frutto in Etruria. Una generica notizia tramandata da Diodoro Siculo [55] ricorda come l’Etruria pullulasse di alberi. Arrunte di Chiusi, a detta di Dionigi di Alicarnasso [56] , fra i prodotti che portò ai Celti per convincerli ad invadere le campagne di Chiusi offrì (oltre al vino e all’olio) anche “molti cesti di fichi”. I rapporti stretti con Cartagine, dove l’agricoltura era perfezionata, e il gran numero di schiavi orientali che entravano nelle loro familiae, fecero sì che gli Etruschi contribuissero all’importazione di alcune piante esotiche, come una particolare varietà di ciliege originaria del Ponto, dai frutti più rossi, il Cerasum apronianum, il cui diffusore, un certo Apronio, era originario delle parti di Perugia [57] . Ma è chiaro che dovevano essere diffuse molte altre varietà di frutta, probabilmente anche il cedro (il cui nome latino citrus implicherebbe secondo alcuni una mediazione etrusca), e sicuramente i meli e i peri, che necessitano di un’attenta conduzione agricola.
Importanti e diffuse le attestazioni paleobotaniche [58] . Il pero (Pyrus sp.) è attestato a Blera. Recentissimi scavi relativi alla necropoli etrusca orientalizzante di Casale Marittimo hanno restituito resti di mela, vinaccioli, melograna, numerosi oggetti in legno di pero e un favo d’api, che attesta il consumo del miele. Quest’ultimo alimento poteva essere usato per dolcificare, ma anche come componente fondamentale per impiastri e medicine [59] . Esisteva poi tutta una serie di alberi da frutto o arbusti che erano interessati da una raccolta sistematica dei frutti spontanei che, stagionalmente, integravano la dieta. La paleobotanica ha attestato la presenza al Gran Carro del fico (Ficus carica) del corniolo (Cornus mas), del nocciolo (Corylus avellana), del pruno selvatico (Prunus spinosa), del damasceno (Prunus insititia) e del rovo (Rubus sp.). A Blera sono testimoniati il fico, il corniolo ed il nocciolo.
Alcune pitture tombali mostrano anche l’uva da tavola e le melograne (ad esempio la Tomba Golini di Orvieto).
Facevano probabilmente parte dell’alimentazione degli strati più umili della popolazione anche le ghiande di quercia, dopo essere state bollite per togliere loro il contenuto tannico, ed i frutti del faggio. Tale abitudine si è mantenuta fino ad epoca recente in ambiente appenninico e nella Sardegna.
Le ricerche polliniche attestano poi che all’inizio dal I secolo d.C., in piena età imperiale romana, ebbe grande sviluppo l’introduzione del castagno che sostituì, nelle aree collinari, la quercia [60] .
Relativamente al consumo di verdura presso il popolo etrusco, non vi sono fonti letterarie significative. Almeno sulla base del confronto con la tradizione letteraria romana si dovevano coltivare cipolle, aglio, carote, rape, cavoli, finocchi, il Phaseolus (non l’attuale fagiolo, di origine americana, ma il Dolichos unguiculata), il pisello, la veccia, la lenticchia, il cece, il lupino, e, diffusamente, la fava (Vicia faba).
Quest’ultima è largamente attestata nei reperti paleobotanici a Sorgenti della Nova, Narce, Gran Carro, Luni sul Mignone, Torrionaccio, Mezzano [61] , ed è stata trovata in forma carbonizzata, stipata all’interno di vasi accanto a cariossidi di cereali, nell’abitato etrusco del Forcello, presso Mantova [62] . La fava poteva essere seccata e conservata a lungo oppure poteva offrire una farina da unirsi ad acqua, latte e frumento tostato, formando quelle farinate di cui gli Italici erano famosi consumatori. Essa era inoltre utilizzata per essere alternata ai cereali nella coltivazione dei campi. Il legume, una volta fiorito, era reciso e interrato ed andava ad arricchire il terreno di azoto, sostanza nutritiva che era stata sottratta dal grano l’anno precedente. Tale tecnica del sovescio era diffusamente praticata dai Saserna, proprietari terrieri etruschi del Piacentino [63] .
Altre attestazioni paleobotaniche riguardano per Narce il Pisum sp. e il Lathyrus sp., per Acquarossa una specie di pisello (Pisum o Cicer arietinum) o la veccia, per Luni sul Mignone il Lathyrus sp. [64]
Accanto agli alimenti di origine vegetale, frutto di un’agricoltura assai sviluppata, non dovevano mancare sulla tavola etrusca prodotti derivati dall’allevamento animale. Fin dall’età del Bronzo, i bovini erano stati scelti per il traino dell’aratro e del carro per la maggiore resistenza al lavoro rispetto agli altri animali, come ad esempio i cavalli. Tale originaria preferenza non fu che il primo stadio della selezione – perfezionata facendo riprodurre solo gli esemplari migliori – che porterà alla formazione delle razze chianina e maremmana, esaltate già nei bronzetti votivi di VII secolo a.C. [65] e ricordate ancora ai tempi di Ovidio [66] e Columella [67] per la loro muscolatura e la loro resistenza al traino dell’aratro. Ma proprio per l’importanza che tali animali rivestivano nella vita rurale, essi godevano di una sorta di sacra protezione: il loro sacrificio era limitato alle cerimonie religiose più importanti e la consumazione delle loro carni nel quotidiano avveniva solo al termine del loro ciclo lavorativo [68] .
È un dato di fatto che tutte le popolazioni che hanno operato una selezione dei bovini a scopo alimentare-agricolo mostrino una tolleranza al lattosio non riscontrabile nei popoli che non hanno conosciuto il carro e l’aratro, o hanno utilizzato animali diversi o addirittura altri uomini per il traino delle due “macchine agricole”, quali i cinesi, alcune popolazioni africane, i nativi americani, i nativi australiani.
Le fonti letterarie, i rinvenimenti osteologici e l’arte figurativa ricordano inoltre allevamenti di ovicaprini e di suini, questi ultimi in particolare nell’Etruria padana. Fra tutti, il maiale era l’animale più consumato [69] .
Per i ceti meno abbienti un contributo notevole ad una dieta poco ricca di proteine e di grassi animali era costituito dalla selvaggina [70] . Le colline ricoperte da boschi e le zone pianeggianti, talora paludose, erano un ambiente ideale per cinghiali, lepri, caprioli, uccelli acquatici. Difficile dire però quale fosse il reale peso della cacciagione nell’alimentazione quotidiana etrusca, se cioè tale pratica non fosse relegata, almeno fra gli aristocratici, al ruolo di attività sportiva. Fra le più significative iconografie venatorie ricordiamo la decorazione pittorica della Tomba del Cacciatore di Tarquinia, riservata ad un personaggio di alto rango: in un paesaggio idilliaco sono appesi per le zampe, all’interno di una tenda, alcuni daini ed anatre selvatiche [71] .
In genere la carne poteva essere bollita in calderoni bronzei sostenuti da treppiedi sopra il fuoco, oppure veniva arrostita su spiedi metallici. Per conservarla, in modo specifico quella di suino, si usava salarla o affumicarla [72] .
Un altro settore importante era quello dei derivati dai prodotti animali: uova, latte e prodotti caseari. Plinio [73] e il poeta Marziale [74] parlano di enormi forme di formaggio fabbricate a Luni, al confine fra la Liguria e l’Etruria.
Le città costiere e quelle vicino ai laghi dovevano far largo uso della pesca, anch’essa testimoniata da evidenze archeologiche. Ami e pesi da rete da Cerveteri, fiocine, modellini fittili di imbarcazioni [75] , figurazioni pittoriche come la Tomba della Caccia e della Pesca di Tarquinia [76] , mostrano almeno quattro tecniche specifiche di cattura: con la rete, il tridente, la canna con la lenza ed il cesto di vimini.
Vi erano sui promontori di Populonia e del Monte Argentario sopra Orbetello alcuni thynnoscopeia, posti d’osservazione da cui si spiava l’arrivo dei branchi di tonni e pesci spada [77] . Strabone [78] e Columella [79] ricordano che, nelle acque lagunari ed interne, si pescavano capitoni, anguille, spigole, orate, cefali, gamberi, triglie.
Molto apprezzati erano anche i molluschi, rinvenuti negli scavi di Populonia ma anche in abitati non costieri, come quello del Forcello.
Nella società etrusca estremamente diversa doveva essere l’alimentazione delle classi meno agiate da quelle più ricche. Le prime consumavano essenzialmente vegetali (cereali, legumi, frutta) o formaggio con verdure ed aglio, come il contadino descritto nel Moretum di Virgilio. Le proteine potevano essere ricavate da grano, uova, pecorino, fave secche; i grassi dall’olio d’oliva; il fabbisogno di vitamina A e C era per lo più coperto dal consumo di rape, evitando così xeroftalmia e scorbuto (non va dimenticato che gli agrumi furono introdotti dagli Arabi in Sicilia solo nel Medioevo). La pratica diffusa dell’allattamento materno diminuiva l’incorrere del rachitismo; il grano copriva il fabbisogno di vitamina B1, evitando così il beri-beri. La vitamina B2 era offerta da fave secche, latte intero, pecorino, pesce, evitando così distrofie di cute o mucose. Uova, formaggio e pesce fornivano anche la B12, scongiurando anemia e patologie neurologiche a tale deficit collegate. Il grano copriva anche il fabbisogno di PP, scongiurando la pellagra, ed inoltre offriva anche calcio e ferro. Gli elementi menzionati fornivano anche le minime quantità necessarie di acido folico. La loro bevanda era essenzialmente l’acqua; raramente doveva essere consumato vino; magnesio e zinco, occorrenti in quantità minimali, si ricavano da qualsiasi dieta mista [80] .
Si è già accennato al fatto che molti di questi alimenti, in particolare i cereali ma anche i legumi e i formaggi, erano prodotti in eccedenza e rifornivano il mercato romano. Non c’è ragione di dubitare quindi che i grandi proprietari terrieri etruschi fossero ben attenti ad alimentare la loro manodopera, come più avanti insegnerà la precettistica agronomica di Catone o Columella.
Non dissimile doveva essere il regime alimentare delle classi libere più umili, piccoli proprietari terrieri che riusciamo a identificare bene solo dall’età ellenistica, quando colonizzano capillarmente i territori di Chiusi, Perugia e Volterra. Essi si fanno deporre in urnette cinerarie di fabbricazione corsiva, dove per lo più compare un eroe che, con l’aratro, fracassa la testa ad alcuni soldati: mito ignoto nella sua esegesi, ma probabilmente polemico contro i vecchi possidentes etruschi spalleggiati da Roma.
Ben diversa era l’alimentazione degli aristocratici, deliziati nei banchetti da portate ricche di carne e soprattutto rallegrati dal vino, la bevanda che, per eccellenza, li qualificava socialmente. Un esempio di dispensa per la carn,e costituita da un bue, un capriolo, una lepre e alcuni anatidi, con servi intenti a cucinare per i loro signori, compare nella Tomba Golini di Orvieto [81] , del IV secolo a.C. Scene di simposiasti sono presenti, come già accennato, fin dalla metà del VI secolo a.C.: ricordiamo solo le lastre di terracotta eseguite a stampo da Murlo [82] o il frontone dipinto della Tomba della Caccia e della Pesca di Tarquinia. Se dunque, per gli humiliores, il problema poteva essere un’alimentazione scarsa o ipoproteica, altri erano gli inconvenienti della dieta per i ceti abbienti.
La possibilità di studiare uno scheletro antico conservato in tutte le sue parti è di fondamentale importanza anche dal punto di vista della ricerca paleonutrizionale. Negli ultimi anni le analisi si sono concentrate su una serie di microelementi, che vengono considerati degli indicatori della nutrizione. Rilevando ad esempio l’assorbimento di stronzio o di zinco nelle ossa si può risalire ad una alimentazione rispettivamente più ricca di vegetali o di carne rossa, frutta secca o latte. Un’indagine specifica volta alla ricerca di tali elementi è stata condotta sugli inumati della necropoli del Ferrone e su quelli della necropoli di Monterozzi di Tarquinia. I primi sono risultati possedere una dieta variata (valori di zinco e stronzio simili), i secondi una dieta più ricca di prodotti vegetali e, probabilmente, data la vicinanza con il mare, di pesce (alti picchi di stronzio) [83] .
Vi è poi il tema della rappresentazione di aristocratici etruschi obesi su numerosi sarcofagi di Tarquinia, Tuscania, Cerveteri, dagli inizi del IV secolo a.C. in poi, dove ben Paola appare la volontà di esprimere, tramite l’obesità, uno status symbol di ricchezza e dignità, riservata solo a chi se la può permettere [84] . Quanto sia rispondente alla realtà la rappresentazione di tale classe e quanto sia invece voluta non è dato di sapere. Sta di fatto che, al tempo di Catullo [85] , lo stereotipo dell’obesus Etruscus era ormai un dato diffuso, e d’altra parte anche Virgilio [86] parla del pinguis Tyrrenus. Ad ogni modo, le rappresentazioni fortemente realistiche dei coperchi dei sarcofagi mostrano prominenza del ventre, tratti cadenti del viso, doppio mento, ginecomastia. Nel mondo greco o romano invece l’obesità è caricaturale, o ha una connotazione morale tipica dei cattivi ricchi, dei tiranni, degli imperatori abusivi.
La letteratura medica ippocratica riconduceva, fra i mali derivanti dall’obesità, la sterilità, sia per l’uomo che per la donna [87] . In periodo tardoromano, il medico Celio Aureliano [88] la considera una vera e propria malattia, e per combatterla consiglia il dimagrimento. Se ormai è acquisito che l’obesità è il risultato di un fenomeno biologico in cui si combinano fattori esogeni (sovralimentazione) ed endogeni (fattori ereditari, ormonali, neurologici, psicosomatici), va specificato che il mondo etrusco ha fabbricato obesi anche per uno scopo mirato, ad esempio sovralimentando gli atleti di discipline pesanti, come i lottatori, o i pugili dal ventre enorme e la corporatura estremamente tozza e robusta della Tomba degli Auguri [89] di Tarquinia, anch’essi appartenenti all’aristocrazia (si tratta di ludi funebri in onore di un defunto ai quali partecipa la jeunesse dorée tarquiniense); la loro dieta doveva consistere, se si accetta il paragone con le diete alimentari degli atleti greci, in grandi quantità di carne, uova, fichi secchi e formaggio.
Abbiamo accennato al largo uso del vino da parte delle famiglie aristocratiche, durante la cerimonia del simposio, in cui schiere di servi sono indaffarate a servire la bevanda di Dioniso ai loro signori in vasi in metallo prezioso (come ancora nel frontone dipinto della Tomba della Caccia e della Pesca). Il largo utilizzo del vino, oltre che dall’evidenza archeologica, è testimoniato storicamente da Diodoro [90] e altri autori antichi. Pur ammettendo che esso fosse diluito secondo la moda greca (tre parti di acqua per ogni parte di vino) ciò non sopprimeva l’alcool contenuto, ed è chiaro che, dal punto di vista tossicologico, conta solo la quantità di etanolo introdotta nell’organismo e la capacità degli individui di metabolizzarlo [91] . Gli effetti di tale alcoolizzazione intermittente e di carattere essenzialmente festivo sulle aristocrazie etrusche potevano variare da caso a caso, visto che differenti sono le reazioni e la sensibilità dei singoli individui all’alcool. Se, sul momento, l’etanolo poteva esercitare sul sistema nervoso un’azione euforizzante (rilevabile ad esempio in scene orgiastiche di danze o amplessi nella Tomba delle Baccanti o nella Tomba della Fustigazione di Tarquinia), col tempo le conseguenze potevano essere molteplici: alcuni, nonostante una notoria intolleranza, potevano condurre una vita felice, altri potevano presentare turbe e disturbi viscerali, ma anche nevrosi mentali dopo solo qualche anno di intossicazione.
Poiché è provato che le donne sono più sensibili in media alla tossicità dell’etanolo, e visto che la donna etrusca, molto emancipata, partecipava a pieno titolo con il marito al simposio – cosa che aveva fatto gridare allo scandalo il greco Aristotele [92] – non è escluso che le nobili etrusche soffrissero largamente di questi disturbi. È chiaro poi che vi sono grandi difficoltà nel riconoscere, anche nel ben più documentato mondo greco e romano, il percorso naturale della malattia alcolica, perché, in genere, il danno epatico di tipo cirrotico è tardivo: è probabile che gli Etruschi, in media, non avessero il tempo di contrarre la cirrosi, perché morivano prima del suo manifestarsi, dato che la loro speranza di vita alla nascita era di circa 20 anni. Quanto poi alla coscienza che poterono avere del rapporto causa-effetto fra l’alcool e questa malattia che minacciava i bevitori ultraquarantenni, è difficile fare affermazioni certe; tuttavia, sulla scorta del fatto che il filone medico ippocratico ha ignorato questo legame (accertato sicuramente solo nel XIX secolo d.C.), è ragionevole pensare che lo stesso valesse per gli Etruschi, e che si imputassero ad altre cause tali disturbi. A titolo di curiosità, precisi studi sull’argomento sono stati condotti solo per la figura di Alessandro Magno [93] , per il quale l’abbondanza di dati riportati dai biografi è enorme. Nelle turbe mentali e nel comportamento squilibrato degli ultimi anni di regno del re macedone si sono voluti vedere precisi effetti legati all’esagerato consumo di vino.
Ad ogni modo, il costo e la preziosità del vino, con tutte le sue conseguenze nefaste, lo relegavano in un preciso entourage sociale. È probabile che, almeno da quando iniziò una produzione locale su larga scala, qualità inferiori del prodotto fossero consumate dalle classi più umili, con analoghe complicazioni collaterali; forse, considerato l’effetto euforizzante che la bevanda arrecava, un uso moderato della stessa era permesso anche ai soldati.
Il largo abuso dei prodotti della mensa poteva causare fenomeni dismetabolici, gastroenterici e stomatologici. Alcuni ex voto raffiguranti l’apparato digerente possono senz’altro riferirsi ad una richiesta di guarigione alla divinità per questi tipi di disturbi [94] . Un’altra conseguenza della buona tavola dovevano essere le frequenti malattie dell’apparato masticatorio, testimoniate dall’alto numero di apparecchi protesici dentari, rinvenuti in tombe di famiglie agiate.
Gli insegnamenti di Pitagora di Samo, passato nel VI secolo a.C. a Crotone, dove fondò una setta esoterica, furono in parte resi pubblici fra i Greci. L’alone di leggenda che circondava il saggio era ben condiviso fra i Romani, ed è molto probabile che anche le classi elitarie del mondo etrusco, in continuo contatto culturale e commerciale con la Magna Grecia, ne conoscessero il pensiero. Fra i prescritti sicuramente genuini, uno dei più famosi, e sicuramente dei meno compresi fu l’interdizione di “astenersi dalle fave” [95] e di “camminare su un campo di fave” [96] . La leggenda voleva che Pitagora fosse stato ucciso da alcuni soldati perché impedito, nel tentativo di fuga, dalla presenza di un campo di fave che egli preferì non attraversare [97] .
Il legume è la Vicia faba, originaria dell’area geografica al sud del Caspio e dell’Africa del nord, che esisteva in Persia e nel Maghreb allo stato selvatico, ed il cui uso alimentare, la coltivazione ed espansione lungo le coste del Mediterraneo, risalgono alla preistoria. Varie furono le ipotesi di spiegazione, fin dall’antichità, dell’interdizione, che dimostrano però come già pochi anni dopo la morte del maestro si fosse persa la cognizione della causa reale. Per alcuni era la somiglianza del baccello ai testicoli umani che ne impediva il consumo: mangiarlo sarebbe stato come praticare una sorta di cannibalismo, “tanto più che” – aggiungeva Luciano [98] – “se le fave sono esposte per un certo numero di giorni alla luna esse si coprono di macchie sanguigne e quindi, essendo considerate una sorta di animali, sono interdette ai Pitagorici che non possono consumare carne”. In effetti, l’accettazione da parte dei Pitagorici della trasmigrazione dell’anima negli esseri appartenenti al mondo animale li obbligava a nutrirsi di soli vegetali. Per Cicerone [99] le fave provocavano flatulenze e gorgoglii che potevano disturbare il pensiero notturno.
Il problema è che la medicina ufficiale dell’antichità, a partire dagli ippocratici fino a Dioscuride, medico a Roma nel I secolo d.C., non vedeva controindicazioni nel consumo di fave, e anzi venivano prescritte cotte per curare alcune forme dissenteriche, il vomito e la tosse, e per questo si riconoscevano solo alcuni disturbi (come la flatulenza) derivati dalle fave crude. La medicina moderna conferma per l’essenziale la fondatezza di queste osservazioni dietetiche e di queste indicazioni terapeutiche [100] : le fave in effetti contengono degli oligosaccaridi difficili da digerire che, da un lato, provocano flatulenze, dall’altro possono avere un’azione benefica nella cura di alcune diarree di origine infettiva.
Quanto poi all’innegabile influenza dell’ingerimento della fava sull’attività psichica essa non è da tributarsi al meteorismo, ma al fatto che le fave contengono, in concentrazione abbastanza elevata, il levodopa (L-DOPA), una sostanza utilizzata oggi per la cura del morbo di Parkinson. La somministrazione di tale sostanza aumenta la quantità della dopamina che precorre l’adrenalina, nel sistema nervoso centrale, provocando insonnie, ansie o allucinazioni. In sostanza quindi i medici ippocratici non riportavano alcun inconveniente derivato dall’ingerimento delle fave. Semmai era per un altro legume da foraggio, la Vicia ervilia, che essi raccontavano un caso di intossicazione generale per gli abitanti di una città della Tracia presa d’assedio: nutrendosi per molti mesi con il pane derivato da questa pianta furono colpiti da paralisi finale degli arti inferiori (latirismo) [101] .
È invece dalla fine dell’Ottocento che è stata introdotta la parola “favismo” per designare gli inconvenienti, provocati in soggetti particolarmente sensibili, dall’ingerimento delle fave o dall’inalazione del polline della Vicia faba. La reazione è di tipo ittero-emoglobinurica acuta: nelle ore successive all’ingestione delle fave crude si scatena una gastroenterite con violenti dolori addominali, seguiti da emoglobinuria, anemia grave, ittero. L’anemia conseguente alle crisi di favismo, durante l’infanzia, può provocare lesioni croniche che somigliano all’iperostosi porotica di origine talassemica.
I soggetti a rischio sono oggi stati riconosciuti avere un deficit ereditario di G6PD (glucosio 6-fosfato deidrogenasi), un enzima che protegge l’emoglobina nella sua funzione di trasporto gassoso, ed avere un siero privo di fattore protettivo. Gli studi moderni hanno anche localizzato il principale focolaio storico del favismo nella Magna Grecia (Italia del sud e Sicilia), la Sardegna, alcune zone della Grecia attuale (specie le isole, come Rodi), la Corsica, l’Anatolia, le sponde mediterranee dell’Africa. Prima della recente mescolanza delle popolazioni e della migrazione massiccia degli abitanti del meridione, nell’Italia del centro e del nord la frequenza del favismo era minima e, in sostanza, si può dire che le antiche dimore degli Etruschi sono state toccate da questa affezione solo in epoche recenti. Il pericolo del favismo mediterraneo, che si anniderebbe molto probabilmente dietro la proibizione pitagorica di mangiare fave, non riguardava gli Etruschi [102] . Gli Etruschi anzi, come abbiamo già accennato, furono grandi produttori di questi legumi, se si considera che, ovunque si siano fatti scavi facendo attenzione ai reperti paleobotanici (Acquarossa, Forcello, San Giovenale, Gran Carro), se ne sono trovati in gran quantità (la condizione perché si mantengano fino ad ora è che si siano carbonizzati).
L’ultimo paradosso da risolvere è il fatto che la fava fu coltivata anche in Magna Grecia, dove il pericolo di morbilità e mortalità era reale. Si è supposto, ma manca a tutt’oggi la conferma sperimentale, che il rischio di favismo fosse controbilanciato da un nascosto vantaggio biologico. Più precisamente si è constatato che parecchi tipi di composti attivi della fava accrescono negli individui sani la sensibilità dei globuli rossi agli ossidanti, con accresciuta resistenza alla malaria, piaga dell’antichità. È possibile che, inconsciamente, i Greci dell’Italia meridionale e gli Etruschi che abitavano in quelle aree in cui era quotidiana la convivenza con il flagello trasmesso dalla zanzara anofele, abbiano tratto vantaggio da tali principi [103] .
La prima terapia che l’uomo ha escogitato è stata ricercare quanto offerto dalla natura, traendo insegnamento dall’utilizzo, esterno ed interno, delle sostanze contenute nelle erbe e nelle piante di cui l’Etruria di oltre 2000 anni fa era ricchissima. In effetti, nonostante il grande sviluppo agricolo, il territorio ridotto a paesaggio agrario in età etrusca era una porzione molto esigua rispetto ai nostri tempi e le fonti letterarie ricordano l’esistenza di grandi boscaglie, vere e proprie “miniere” di vegetali medicamentosi.
Già nella tradizione delle origini di Roma sappiamo di quella silva Maesia che ai tempi di Anco Marzio venne sottratta ai Veienti [104] . Chiusi, Perugia, Roselle, Volterra contribuirono inoltre con legname di abete alla flotta di Scipione nel 205 a.C. [105] mentre la nuova Volsinii, costruita dopo la distruzione della vecchia da parte di Fulvio Flacco nel 264 a.C., sorgeva, ancora ai tempi di Giovenale, fra monti selvosi [106] ; nota era anche la silva Arsia ai confini fra il territorio di Roma e di Veio, dove si scontrarono i Romani con gli Etruschi di Tarquinia e di Veio [107] . Ma la foresta più famosa per la sua impenetrabilità era la silva Ciminia, che si estendeva sulla regione di Viterbo dai monti Cimini fino a Perugia e che, solo alla fine del IV secolo a.C., fu attraversata da Quinto Fabio Rulliano, condottiero dell’esercito romano in lotta con gli Etruschi [108] . Fitti boschi dovevano essere presenti anche intorno a Vetulonia se, nel 225 a.C., diecimila Galli Boi li sfruttarono per tendere un agguato, sventato poi all’ultimo momento, al console Paolo Emilio [109] . Famoso era l’abete bianco di Cerveteri, impiegato nella cantieristica navale e ricordato da Virgilio [110] .
Anche le aree attorno a Modena erano ricordate per le fitte estensioni di querce [111] e molto nota era la silva Litana, nei dintorni di Bologna, che servì per un agguato dei Galli Boi all’armata di Lucio Postumio [112] . Esistevano boschi anche lungo la via Emilia, presso Forum Gallorum (Castelfranco) ancora nel 43 a.C. [113] . Strabone ricorda infine “molto e lungo legname” trasportato sulle acque dei fiumi d’Etruria [114] .
Altre fonti ci ricordano, sia pure in contesti isolati, la presenza della Quercus ilex, del corniolo, della Quercus suber, dell’abete dell’Appennino, del pino, del larice per la regione padana, del corniolo, del carpino, dell’orniello, del salice, del pioppo, del tiglio, dell’acero, del trifoglio, dell’acanto, della rosa, del lauro, del bosso, dell’edera, del platano e del cipresso per l’Etruria propria [115] .
La toponomastica attesta inoltre una maggiore estensione del manto boschivo. Basti pensare ai numerosi cerreto, frassineto, rovereto diffusi in Toscana ed in Emilia Romagna, fossili linguistici di concentrazioni arboree gradualmente scomparse. Anche la paleobotanica conferma l’estensione delle aree boschive, sia nell’Etruria propria che in quella padana. Fra le specie attestate ricorderemo: Quercus semperviridens, Quercus caducifolia, Abies alba, Ostrya Carpifolia, Populus sp., Alnus sp., Cupressus sp., Salix sp., Acer campestre, Sorbus sp., Fraxinus ornus, Fraxinus excelsior, Fagus sylvatica, Ficus carica, Tilia platyphyllos, Pinus sp., Buxus sp. [116] . Si tratta di un mondo vegetale non molto dissimile da quello attuale [117] ; i boschi erano però di tipo primario, selve vastissime con alberi giganteschi, tutti nati da seme, poche specie lianose e scarso sottobosco, prevalentemente erbaceo o con muschi: qui dovevano abbondare numerose le erbe medicinali.
Immaginandoci dunque una flora molto più rigogliosa, con distribuzioni anche diverse da quelle attuali, possiamo ipotizzare, partendo dalle isole toscane e muovendo verso gli Appennini, una serie di vegetazioni fondamentali [118] .
Vegetazione dell’Arcipelago toscano
Le isole di Montecristo, Gorgona, Capraia ed Elba hanno una vegetazione caratterizzata da macchia mediterranea e lecceta in generale impoverita da tagli dei boschi, incendi, ovini. La pianta più significativa di quest’area è la linaria della Capraia (linaria capraria), della famiglia delle Scrofulariacee (le comuni “bocche di leone”). Altra specie significativa è l’arenaria delle Baleari (Arenaria balearica), cariofillacea dai fiorellini bianchi, che si rinviene alle Baleari, in Corsica, Sardegna e nell’isola di Montecristo, testimonianza di un antichissimo ponte di terre emerse che collegava tali regioni ora separate dal mare.
Vegetazione delle dune
Le spiagge rappresentano una fascia di suolo sabbioso inospitale, sia per essere sempre battuto dal vento, sia per la continua salinizzazione ad opera delle acque marine. Le piante, che possono sopravvivere in tale habitat, resistono agli ambienti salinizzati e hanno sviluppato un forte apparato radicale nonché forma strisciante o cespugliosa per resistere all’azione eolica. Fra le più note ricordiamo la verga d’oro delle sabbie marine (solidago virgareua) e due centauree (centaurea paniculata, varietà cosana e varietà maremmana). Vi sono anche piante erbacee a foglie spinose come la calcatreppola marina (Eryngium maritimum), il convolvolo delle sabbie (Calystegia soldanella) con grandi fiori rosa ad imbuto, il giglio di mare (Pancratium maritimum). Allontanandosi dalla battigia ed arrivando sulla duna, troviamo le prime piante consolidatrici delle sabbie (grazie al loro robusto apparato radicale): in particolare lo sparto pungente o cannizzola (Ammophila litoralis) dal colore verde tenero delle foglie.
Vegetazione mediterranea
Al di là delle prime dune consolidate e sulle pendici delle colline prospicienti il mare, appare la vegetazione mediterranea, sotto le sembianze di macchia. Le essenze legnose, arboree ed arbustive che la compongono, sempre di modeste dimensioni, sono il ginepro coccolone (Juniperus oxycedrus), la scopa marina (Erica multiflora), il cisto (Cistus salvifolius e monspeliensis), la salsapariglia (Smilax aspera), la ginestra (Spartium junceum), il mirto (Myrtus communis), il lentisco (Pistacia lentiscus), l’alaterno (Rhamnus alaterno), il corbezzolo (Arbutus unedo) con le sue bacche rosse; fra le piante erbacee la margherita delle sabbie (Anthemis maritima) con fiori bianchi, le codine di topo (Lagurus ovatus), le numerose orchidee.
Camminando a ritroso, man mano che il terreno sabbioso prende più consistenza, troviamo il bosco di leccio, il pino marittimo (Pinus pinaster), l’orniello (Fraxinus ornus), il viburno (Viburnum tinus) ed il pino domestico (Pinus pinea) che però deve essere stato introdotto.
Vegetazione palustre
La vegetazione palustre è formata da piante che si insediano con le radici nelle paludi, nei laghi e nei fiumi. Laghi e paludi possono essere salmastri in prossimità del mare, con acque dolci nelle zone interne. Tollerano bene il sale i giunchi pungenti (Juncus maritimus), la cannuccia di palude (Phragmites australis), le tamerici (genere Tamarix). Negli ambienti di acqua dolce troviamo i giunchi, il lino d’acqua (Salmolus valerandi), il crescione selvatico (Ranunculus repens), la lisimachia (Lysimachias vulgaris), dai fiori gialli, la salicaria (Lythrum salicaria) comune in tutti i fossi e con fioritura rosso-violacea.
Dove l’acqua si fa più profonda si trovano la cannuccia di palude e la mazzasorda (Typha latifolia e angustifolia), mentre in mezzo ai laghi, dove le acque sono ferme, troviamo le bellissime ninfee dai fiori bianchi e rosati (Nymphaea alba) e i fiori di loto (Nuphar lutea), le castagne d’acqua (Trapa natans), i ranuncoli d’acqua (Ranunculus aquaticus).
Gli alberi di tale ambiente sono essenzialmente la farnia (Quercus robur), i salici (Salix viminalis e alba), gli ontani, i pioppi (genere populus). Fra gli arbusti la frangola (Frangula alnus).
Vegetazione di caducifoglie delle basse colline
Tutte le aree collinari non coltivate, che dalla pianura arrivano fino a quote di 700-800 metri, sono ricoperte da foreste di caducifoglie; nelle parti più basse si insediano la roverella (Quercus pubescens), più in alto l’orniello, il carpino nero (Ostrya carpinifolia), poi il cerro (Quercus cerris). Accompagnano i boschi di caducifoglie arbusti quali il biancospino (Crataegus monogyna), la rosa selvatica (Rosa canina), il rovo (Rubus ulmifolius) dalle more gustosissime, il susino selvatico (Prunus spinosa), la ginestra, il corniolo sanguinello (Cornus sanguinea).
Fra le piante erbacee, oltre alle graminacee, la pratolina (Bellis perennis), l’erba querciola (Teucrium chamaedrys), il garofano selvatico (Dianthus carthusianorum), lo sferracavallo (Hippocrepis comosa).
I boschi di carpino nero hanno come rappresentanti più significativi del sottobosco l’edera (Hedera helix), l’emero (Coronilla emerus), il maggiociondolo (Laburnum anagyroides). I boschi di cerro hanno ancora nel sottobosco edera, emero e in più erba laurina (Daphne laureola), anemone dei boschi (Anemone nemorosa), erba trinità (Hepatica nobilis), occhio di civetta (primula vulgaris).
Vegetazione di caducifoglie montane
La vegetazione submontana e montana è costituita dai castagneti e, ad altitudini maggiori, dai faggeti. I castagneti, di origine antropica, ospitano la ginestra dei carbonai (Cystus scoparius), la fragola di bosco (Fragaria vesca), la radicchiella (varie specie del genere Hieracium), la verga d’oro (Solidago virgaurea); sul suolo muschi e, nel periodo autunnale, i deliziosi porcini (Boletus edulis). Il sottobosco delle faggete è povero e formato da poche specie: oltre alla fragola il mirtillo (Vaccinium myrtillius), la stellina odorosa (Asperula odorata), il maggiociondolo della montagna (Laburnum alpinum) con le sue infiorescenze dorate. Nella faggeta manca lo strato di muschi, ma sono abbondanti i funghi.
Vegetazione di essenze sempreverdi montane
Nella parte più alta delle montagne la vegetazione di essenze sempreverdi è per lo più formata da conifere impiantate da frati (come a Camaldoli o alla Verna) o dalla guardia forestale (essenzialmente l’abete bianco, il pino nero, il pino silvestre). Fra i sempreverdi ormai rari è il tasso (Taxus baccata) altresì detto “albero della morte” per le sue foglie velenose. Il suo legno, usato nell’antichità e nel Medio Evo per fabbricare archi, ne ha causato il sistematico abbattimento. Nel sottobosco di tale regione segnaliamo il ginepro comune (Juniperus communis).
Vegetazione dei prati cacuminali
Sulla sommità delle più alte montagne appenniniche della Toscana, oltre i 1000 metri, incontriamo un tappeto omogeneo di graminacee. La causa di tale tipo di vegetazione è da ricercarsi nei secolari disboscamenti e nelle avverse condizioni atmosferiche. Fra le piante erbacee le più importanti sono le avenule (genere Avenula), le festuche (genere Festuca), le poe (genere Poa), i ranuncoli (genere Ranunculus), le margherite (Leucanthemum vulgare), le genziane (genere Gentiana), le campanule (genere campanula).
Già Esiodo, vissuto tra la fine dell’VIII e gli inizi del VII secolo a.C., ricorda la discendenza dei principi etruschi Agrio, Latino e Telegono da Ulisse e dalla maga Circe e, in quanto tali, depositari di una profonda conoscenza nella preparazione di filtri magici [119] .
Alla fine del IV secolo a.C., Teofrasto di Ereso, discepolo e successore di Aristotele nella conduzione del Peripato, affermava che Etruria e Lazio erano feconde di piante medicinali; a suffragio di ciò riportava due versi tratti da una elegia ormai persa di Eschilo, poeta di V secolo a.C., nei quali l’Etruria era sempre celebrata per offrire gran copia di erbe medicamentose e gli Etruschi erano presentati come popolo fabbricatore di farmaci [120] . Sappiamo che sul Monte Soratte, prima che il console Fulvio vi erigesse il tempio di Apollo, vi era un collegio di sacerdoti etruschi che possedevano i segreti per la fabbricazione di sostanze atte a togliere il dolore o a rendere temporaneamente insensibili al fuoco [121] . La fama era ancora viva nel V secolo d. C., giacché Marziano Capella ripeteva che l’Etruria era nota come terra di origine dei medicinali [122] .
Il fatto che Teofrasto usi la parola “farmaci” è un tipico esempio della labilità terminologica che entrava in gioco ogni volta che si parlava di medicamenti: si definiva infatti così ogni sostanza che provocasse un effetto che, variando le dosi, poteva essere la guarigione o la morte. Non a caso, poco oltre, Teofrasto parlerà della energica velenosità dell’efèmero o elleboro, dicendo che di esso erano profondi conoscitori i Tirreni di Eraclea, città non ben localizzabile dell’Etruria, che comunque doveva avere alcuni centri con questo nome, se consideriamo, ad esempio, la sopravvivenza onomastica nell’attuale Porto Ercole [123] . Secondo Teofrasto tale pianta, dalle foglie di giglio, doveva subire una sapiente preparazione per riuscire velenosa. Da una commedia di Plauto si intende che poteva essere usato come sedativo nelle forme di eccitazione psichica [124] ; Esichio lo identificava con la cicuta [125] , Dioscuride [126] e Galeno [127] ritenevano fosse il nome del colchico o di un’altra gigliacea, l’iride selvatica, dal fiore candido e grossa radice.
Notizie più precise ci provengono dalla dottrina ippocratica degli umori che prevedeva l’utilizzo dell’elleboro come purgante, onde liberare il corpo degli “umori nocivi”. D’altro canto l’espressione “elleborizzare” faceva ormai parte del linguaggio corrente.
Si distinguevano due varietà, l’elleboro nero e l’elleboro bianco. Il primo corrisponde alla nota “rosa di natale” (Helleborum niger), pianta della famiglia delle Ranunculacee, nel cui rizoma si ha la maggior concentrazione dei due principi attivi, comunque presenti nelle altre parti della pianta: l’elleboreina, che irritando la mucosa provoca lo starnuto e il vomito, e l’elleborina, un cardiotonico. L’elleboro bianco invece è una pianta della famiglia delle Liliacee, nota anche con il nome di veratro bianco (Veratrum album); il suo rizoma contiene alcaloidi che provocano energici effetti sulla funzione cardiaca, sul sistema respiratorio, vascolare e nervoso. Usato come farmaco l’elleboro provoca violente reazioni nel fisico dei pazienti; il rischio di un esito mortale della “terapia” era scongiurato dal vomito, che liberava lo stomaco dal farmaco e quindi veniva recepito solo l’effetto vigoroso del medicamento. È probabile tuttavia che non si avesse sempre chiaro il dosaggio adeguato e quindi la demarcazione fra veleno e rimedio. Attualmente l’elleboro nero nasce in Toscana sui boschi dell’Appennino oltre i 1000 metri, la varietà bianca è tipica dei pascoli.
Altra pianta medicinale in uso presso gli Etruschi era il myriophillon o millefolium, il cui succo, unito a grasso di maiale, formava una pomata efficace per curare le ferite e consolidare i tendini dei buoi tagliati dal vomere [128] . Ai fiori e alle foglie del millefoglio (Achillea millefolium), erba perenne rizomatosa della famiglia Compostae Asteroideae, si riconoscono oggi anche proprietà antispasmodiche, diuretiche e toniche. Se applicato localmente è effettivamente cicatrizzante ed è decongestionante delle mucose. Lo si trova diffuso fino a 2.000 metri di quota.
Della pianta del lino (genere Linum) gli Etruschi usavano probabilmente il seme, che serviva come farmaco con proprietà emollienti e antiinfiammatorie (di solito si facevano tamponi di burro di lino destinati ad arrestare le emorragie nasali) [129] . Esso era sicuramente prodotto su scala industriale in alcune città, per la fabbricazione di vesti, vele, reti da pesca, supporti scrittori e, non ultimi, bendaggi [130] . Il lino è attualmente presente dalla zona marina a quella submontana.
Strabone mentre descrive la vegetazione palustre dei laghi dell’Etruria, citando quelli del Perugino e del Chiusino, parla della presenza di molte tife, papiri e panicoli [131] . La tifa (genere Typha) è una pianta erbacea perenne diffusa in tutto il mondo, tipica dei luoghi paludosi, alta fino a 3 metri, con foglie nastriformi e fiori sporadici. Teofrasto ricorda l’uso greco di utilizzare la parte tenera vicina alle radici come nutrimento specifico dei bambini ed è probabile che anche gli Etruschi conoscessero tale pratica [132] . Una rappresentazione figurata della pianta si può scorgere su una parete della tomba dell’Orco a Tarquinia. Ancora in epoca augustea, Ovidio raccomandava il semen tuscum per la cosmesi femminile [133] . Doveva trattarsi probabilmente di Triticum spelta macinato, fornente una farina da usarsi come amido in alcune maschere facciali.
Vi è poi una serie di nomi di piante medicinali che la tradizione letteraria antica ricorda essere state utilizzate dagli Etruschi. La notizia è contenuta all’interno dell’opera Materia medica di Pedanio Dioscuride, medico militare originario di Anazarbe in Cilicia, al tempo di Claudio e di Nerone; è molto probabile che gli autori delle opere cui Dioscuride attinse, ebbero la possibilità di consultare un erbario etrusco latinizzato. Un attento studio filologico, utilizzando testi diretti di iscrizioni etrusche, fonti letterarie latine e greche, tradizione orale tosco-emiliana e laziale-campana, ha isolato, fra la quindicina di nomi di piante ricordate da Dioscuride come in uso fra gli Etruschi, quattro che sembrerebbero appartenere ad un sostrato linguistico prelatino [134] .
La prima pianta medicinale di questo gruppo più ristretto è la nepeta il cui nome non ha corrispondenze in greco o latino ma ha legami con la Nepeta italica, menta originaria delle Alpi e l’Appennino, con la città di origine etrusca Nepet e col nome di un altro tipo di menta, la Neptunia, che lo Pseudo-Apuleio [135] chiarisce essere la Mentha pulegium. La coppia nepeta/Neptunia si collega alla divinità fluviale Neptunus ed è lo stesso Dioscuride a puntualizzare che la Nepeta ama i terreni umidi. Il lessico rurale toscano conserva poi i nomi di nepa, nepe per una ginestra (Ulex europeus) che abbonda lungo le rive dei fiumi e le coste dei mari, comunemente noto col nome di ginestrone. La nepeta italica della famiglia delle Labiatae Staochideae, pianta erbacea perenne con rizoma strisciante, presente dal mare alla zona montana nei boschi e nei prati, permette di ricavare dalle sommità fiorite un olio essenziale che stimola la circolazione superficiale, favorisce i processi di riparazione dei tessuti cutanei e la digestione. La Mentha pulegium, anch’essa della famiglia delle Labiatae, pianta erbacea perenne con frusti striscianti sul terreno, si trova dal mare alla zona submontana e preferisce luoghi umidi come i fossi; favorisce coi suoi fiori la digestione, stimola la secrezione della bile e l’attività generale del fegato; la tradizione popolare le attribuisce anche le prerogative di regolare la fase mestruale e di sedare la tensione nervosa. Per uso esterno ha proprietà antisettiche, analgesiche e antipruriginose.
Il ginestrone (Ulex europaeus), la seconda pianta ricordata, della famiglia Leguminosae Papiglionatae, è un arbusto con foglie persistenti, lineari, spinose, ed è tipico della macchia mediterranea e si usa oggi in infusi lassativi, diuretici, ipotensivi. Segue la cauta il cui nome è connesso con quello della divinità solare etrusca che compare nel piombo di Magliano [136] , legata dunque all’idea ispiratrice comune del giallo, oro, sole. In generale il motivo del sole raffigurato dal capolino a forma di disco giallo con attorno, disposti a raggio, i fiori periferici, ritorna nella nomenclatura di varie composite (heliantus, heliochrysos, discus solis, rotula solis, solis oculus, solis sponsa, corona solis) [137] .
Il terzo nome è mutuka la cui radice mut rimanda a “sporgenza”, “affioramento”. Questo ha fatto pensare a due piante, il timo e il cisto. Il timo, della famiglia delle Labiatae, è un piccolo arbusto che predilige le zone marine e contiene i suoi principi attivi nelle sommità fiorite. Ha proprietà aromatiche, antisettiche utili per disinfettare l’albero respiratorio e l’intestino: in pratica viene utilizzato per le proprietà balsamiche, tossifughe, fluidificanti catarrali. Del cisto, arbusto della macchia mediterranea la cui sporgenza è denominata “mucchio”, ricollegabile alla radice mut, si conoscono 16 specie; da alcune di esse si ottengono resine aromatiche.
Infine la radia, che non ha paralleli in greco o latino, ma con voci dialettali del tipo raza, raga indicanti cespuglio spinoso, che rimanda ad un elemento linguistico rat-rad indicante in origine “acuto”. Questo ha fatto pensare ai cespugli del rovo canino (Rosa canina) e al rovo di macchia (Rubus fruticosus). Entrambi sono presenti dalla macchia mediterranea alla zona montana nei boschi radi e in luoghi incolti. I loro frutti e le loro foglie hanno proprietà astringenti, antiinfiammatorie, diuretiche e servono per curare emorragie interne.
Le altre piante ricordate da Dioscoride come utilizzate dagli Etruschi, presentano una radice linguistica indoeuropea: ciò comunque non ne pregiudica una conoscenza e un utilizzo da parte degli Etruschi che, specialmente nella vita quotidiana, non differivano in molto dagli usi e costumi delle atre popolazioni italiche. Si tratta della spina alba,calco latino del sinonimo greco,ossia il biancospino, dai cui fiori si ricava un estratto che ha potere sedativo; segue la genziana usata contro il mal caduco [138] ; cicendula (piccola lampada), della faboulënia (in cui è riconoscibile il latino faba che in faba suilla traduce letteralmente il greco giusquiamo [139] ), del gigaroum, gigaro, nome di una varietà di aro, che sappiamo, a partire da Plinio (N.H., XXXIV, 149) fino a tutta la prima metà del 1900, essere servito nelle campagne romane e toscane per avvolgere e conservare la ricotta); ancora ricorderemo l’opioum raninoum, sinonimo in origine di ranunculus e successivamente passato ad indicare il sedano. Dioscuride riporta ancora come nomina tusca anche gli equivalenti dell’Asarum europaeum surrogato del vero nardo orientale [140] , e del giglio.
Vi è inoltre una serie di arbusti e piante i cui nomi sono da ricondurre probabilmente ad una radice etrusca e che ebbero sicuramente un utilizzo pratico, ma, forse, in alcuni casi, anche medico. Si tratta di tre arbusti denominati alaternus, laburnum [141] e viburnum [142] , del vocabolo napurae (funiculi ex stramentis), di sporta [143] (cestino di sparto), di taminia (uva silvestris) [144] , di tamnus (una sorta di vino ottenuto da quest’uva).
Le pur frammentarie e disarticolate notizie, sempre di seconda o terza mano, consentono di far ipotizzare un’evoluta tradizione farmacologica etrusca, probabilmente sistematizzata in testi oggi irrimediabilmente perduti, a cui forse Dioscuride attinse; del resto erbe aromatiche e essenze vegetali non saranno mancate nei rituali religiosi così puntuali e particolareggiati, quali ci consente di intravvedere il testo del liber linteus che avvolgeva la cosidetta mummia di Zagabria [145] e alcune notizie incidentali presenti in alcuni scrittori. Ad esempio, Macrobio [146] ci riferisce di alcune piante ritenute funeste dalla disciplina etrusca: il susino selvatico, la corniola sanguigna, le felci, il fico nero, l’agrifoglio, il pero selvatico, il lauro spinoso, la rosa canina, il rovo. La proibizione è ben comprensibile, se si pensa, ad esempio, alla tossicità delle bacche dell’agrifoglio e di alcune felci, ai contenuti tannici delle bacche della corniola, e denota una precisa conoscenza del mondo vegetale. Alla componente locale si sommavano inoltre le conoscenze provenienti dai contatti continui con il vicino Oriente ed i Greci da un lato, e le popolazioni italiche dall’altro. Testimoniano l’influenza straniera i numerosissimi aryballoi e alabastra, vasetti a corpo globulare e piriforme con beccuccio piccolo, contenenti olii e resine profumate, rinvenuti nelle sepolture etrusche a partire dalla metà del VII secolo a.C. e poi imitati nel bucchero locale.
Sicuramente avranno avuto il loro peso, peraltro non valutabile allo stato attuale delle conoscenze, anche le opere scientifiche dei medici greci e magnogreci. Summa della tradizione continentale di fine IV-inizi III secolo a.C. è invece l’opera De re rustica di Catone il Censore. Essa dà importanti ragguagli sull’uso di altre piante medicinali, e in generale sulla preparazione tecnica dei farmaci in uso nel mondo latino, pratiche sicuramente analoghe a quelle dei vicini Etruschi: così veniamo a conoscenza del largo uso del cavolo cotto con sale nei casi di dissenteria e mal di stomaco, oppure per far svanire i fumi dell’alcool. Contro le ulcere e le piaghe di varia natura erano indicate la menta, la ruta e il coriandro. Si riteneva d’altro canto pericoloso l’elleboro. Apprezzati erano gli amari come la cicoria, consigliati come stomachici, eupeptici e tonici, nonché nelle malattie del fegato e dell’intestino, data la loro azione tonico-stimolante. Fra i sedativi si usavano infusi a base di fiori di camomilla e tiglio. Con funzioni espettoranti ed emollienti, e come alimento altamente energetico, si usava il miele, ma anche infusi con salvia, rosmarino e finocchio.
La preparazione tecnica prevedeva fra i contenitori, oltre ai già citati aryballoi e alabastra, ampolle o bottigliette in vetro di forma tronco-conica con fondo circolare, di presumibile fabbricazione fenicia. Una volta raccolte, le erbe medicamentose venivano triturate minutamente in un mortaio ed entravano in composizione con altri ingredienti: olio d’oliva e grassi animali per gli unguenti e le pomate; acqua, vino, latte o miele liquido per gli infusi. In quest’ultimo caso il composto liquido veniva piano piano versato attraverso “colatoi” in piccoli boccali o coppe ed offerti al paziente. Tali colatoi, generalmente bronzei, sono provvisti di lungo manico e hanno il filtro incorporato nella vasca o talora il fondo della vasca stessa a forellini [147] . Si sono rinvenuti esemplari in tutta l’Etruria, ma forse i più famosi sono quelli scoperti in una tomba di Populonia, poi denominata Tomba dei colatoi [148] .
Infine ci soccorrono anche i rinvenimenti paleobotanici e le raffigurazioni tombali nella ricostruzione del mondo vegetale di cui gli Etruschi si potevano servire con sapienza. Tra le piante sicuramente identificate nell’arte etrusca ve ne sono infatti molte che forse erano oggetto di utilizzo medico, tra cui l’acanto, l’alloro, il biancospino, il bosso, il calamo aromatico, il cipresso, il convolvolo, il corniolo, l’edera, il giglio, il larice, il melograno, il nardo, l’olmo, il papavero, il pino, il pioppo, la quercia, il salice, il tiglio, il trifoglio.
Nella tabella seguente sono segnalate in grassetto le piante sicuramente usate a scopo terapeutico dagli Etruschi; in grassetto preceduto da asterisco quelle conosciute grazie alla paleobotanica, alle testimonianze archeologiche e alle fonti letterarie ma il cui utilizzo terapeutico non è ricordato; in grassetto sottolineato quelle diffusamente sfruttate nel mondo latino a fini medici e che probabilmente dovevano essere ben note anche agli Etruschi [149] .
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*Abete bianco (gemme, rametti, foglie) |
Abies alba |
balsamico, diuretico |
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* Acanto (foglie per infuso) |
Achantus spinosus |
antiemorragico, antidiarroico |
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* Acero (corteccia) |
Acer campestre |
astringente |
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Aglio (bulbi tritati) |
Allium sativum |
antisettico, espettorante |
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*Alloro (foglie) |
Laurus nobilis |
aromatico, digestivo, antisettico |
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Biancospino (frutti) |
Crategus oxycantha |
astringente |
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*Bosso (corteccia dei rami, foglie) |
Buxus sempervirens |
antidolorifico, sudoriparo |
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*Calamo aromatico (rizoma) |
Acarus calamus |
sudoriparo, sedativo |
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Camomilla (fiori) |
Matricaria chamomilla |
digestiva, sedativa |
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Canna (rizoma) |
Arundo donax |
diuretica, sudorifera |
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*Carpino |
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Cavolo (foglie) |
Brassica oleracea |
digestivo, antinfiammatorio |
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Cicoria (radici, foglie) |
Cichorium intybus |
eupeptica e tonica |
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Cipolla (bulbo fresco) |
Allium cepa |
diuretica, ipotensiva, antisettica |
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*Cipresso (foglie e ramoscelli) |
Cupressus sempervirens |
balsamico, tossifugo |
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Cisto (foglie) |
Cistus |
aromatico, antinfiammatorio |
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*Convolvolo (radici e foglie) |
Convolvulus sepium |
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Coriandro (frutti) |
Coriandrum sativum |
contro ulcere e piaghe |
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* Corniolo (corteccia, frutti) |
Cornus mas |
astringente, febbrifugo |
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* Edera (foglie) |
Hedera helix |
sedativa, espettorante, analgesica |
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Efemero nero (rizoma) |
Helleborum niger |
cardiotonico |
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Efemero bianco (rizoma) |
Veratrum album |
antidolorifico |
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* Faggio (corteccia dei rami) |
Fagus sylvatica |
astringente, febbrifugo |
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* Felce maschio (rizoma, fronde) |
Dryopteris filix-mas |
vermifuga |
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* Fico (frutti secchi) |
Ficus carica |
dietetico, digestivo, lassativo |
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Finocchio (radice, frutti) |
Foeniculum vulgare |
digestivo, diuretico, carminativo |
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* Frassino-orniello (manna) |
Fraxinus ornus |
la manna è un blando lassativo |
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* Frassino (foglie, corteccia, frutti) |
Fraxinus excelsior |
lassativo, diuretico, antireumatico |
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Genziana (rizoma) |
Gentiana lutea |
febbrifuga, eupeptica |
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Gigaro (infruttescenza) |
Arum italicum |
velenoso |
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* Giglio (bulbo cotto in acqua) |
Lilium candidum |
emolliente, lenitivo, antinfiammatorio |
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* Ginepro (frutti) |
Juniperus communis |
aromatizzante, balsamico |
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Ginestrone (fiori) |
Ulex europeus |
lassativo, ipotensivo |
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Giusquiamo (foglie, fiori, frutti) |
Hyosciamus niger |
analgesico, antiasmatico, broncosedativo, disintossicante |
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* Larice (foglie e rami) |
Larix decidua |
Purificante, antisettico, tossifugo |
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Lino (semi) |
Linum usitatissimum |
emolliente, antinfiammatorio |
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*Melograno (frutto in decotto) |
Punica granatum |
antielmintico |
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Millefoglio (sommità fiorite) |
Achillea millefolium |
antisettico, cicatrizzante |
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Nardo (rizoma) |
Asarum Europaeum |
febbrifugo, antispasmodico |
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Nepetella (sommità fiorite) |
Nepeta italica |
aromatizzanti, digestive |
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* Olmo (corteccia) |
Ulmus minor |
diuretico, antinfiammatorio |
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* Papavero selvatico (semi) |
Papaver somniferum |
sedativo |
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* Pino (gemme) |
Pinus sylvestris |
balsamico, espettorante, antinfiammatorio, antisettico |
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* Pioppo (gemme, corteccia) |
Populus nigra |
astringente, antiinfiammatorio |
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* Pulegio (sommità fiorite) |
Mentha pulegium |
cicatrizzante, digestivo |
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* Quercia (corteccia) |
Quercus robur |
astringente, antinfiammatorio |
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* Quercia |
Quercus sempervirens |
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* Quercia |
Quercus caducifolia |
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* Quercia da sughero |
Quercus suber |
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Rosa canina (foglie, falsi frutti) |
Rosa canina |
astringente, antiinfiammatorio |
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Rosmarino (rametti) |
Rosmarinus officinalis |
diuretico, balsamico, antisettico |
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Rovo di macchia (frutti freschi, foglie) |
Rubus fruticosus |
astringente, antinfiammatorio |
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Ruta (foglie) |
Ruta graveolens |
digestiva, vasoprotettrice |
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* Salice bianco (corteccia) |
Salix alba |
febbrifugo, sedativo, astringente |
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Salvia (foglie) |
Salvia officinalis |
digestiva, antinfiammatoria |
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Sedano (radici, frutti) |
Apium graveolens |
diuretico, depurativo, digestivo |
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* Sorbo (frutti) |
Sorbus domestica |
dietetico, astringente, antiinfiammatorio |
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Spelta (cariossidi) |
Triticum spelta |
uso cosmetico |
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* Taminia (frutti) |
Uva silvestris |
diuretico, emolitico |
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Tifa (rizoma) |
Typha latifolia |
nutrimento |
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* Tiglio (fiori) |
Tilia platyphyllos |
sedativo, ipotensivo, emolliente |
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Timo (sommità fiorite) |
Thymus vulgaris |
digestivo, balsamico, antisettico |
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Trifoglio (foglie) |
Menyanthes trifoliata |
digestivo, antiinfiammatorio |
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* Viburno (foglie) |
Viburnum lantana |
tonico, astringente |
Per la ricostruzione delle credenze funerarie in periodo etrusco ci avvaliamo di una duplice serie di fonti: da un lato i dati archeologici, dall’altro la tradizione storico letteraria relativa agli Etruschi e alle popolazioni coeve, come i Latini, che con essi ebbero affinità culturali.
Era sicuramente comune il concetto che la morte rendeva funesta la casa e la famiglia colpita, facendo derivare a tutta la comunità la minaccia di una contaminazione: per questo i parenti del morto e tutti coloro che erano stati in contatto con lui dovevano segregarsi dalla comunità stessa, restando sospesi da ogni attività sociale finché, adempiuti i riti della sepoltura che sancivano in maniera definitiva la separazione del defunto dalla società dei vivi e la sua aggregazione all’al di là, essi si liberavano dal contagio e potevano far ritorno alle pratiche della vita quotidiana.
Durante la fase del lutto la dimora veniva contrassegnata all’esterno da un’alta frasca di cipresso o di altro ramo di foglie o frutti scuri, per segnalare a distanza l’impurità agli altri membri della comunità.
Attraverso il rito crematorio, che potrebbe risalire alla scarnificazione eneolitica, si intendeva distruggere con l’involucro corporeo ogni legame dell’anima con il mondo dei viventi: poiché si credeva che, fintanto che non si fosse liberata dal corpo, l’anima non sarebbe potuta penetrare nel mondo ultraterreno. In effetti la condizione del defunto non era ritenuta completamente incorporea, almeno finché non se ne placava l’anima, ed esso era in grado di esercitare una azione benigna o maligna verso i vivi che, in qualche modo, andava placata e controllata. Esistevano anche luoghi di comunicazione fra i vivi e i morti, come le sorgenti sulfuree, o il mundus, una fossa che veniva scavata al centro delle città, al momento della loro fondazione secondo il rituale etrusco del sulcus primigenius.
Generalmente si riteneva che la morte sopraggiungesse nell’individuo quando l’anima lo abbandonava, uscendo dalle labbra come un soffio, assieme all’ultimo respiro. Si chiudevano gli occhi al defunto e lo si chiamava a gran voce, per tre volte. Constatata la sua morte irrompevano le grida di dolore ed i lamenti di parenti e amici, come è facile notare su molti cippi chiusini. Il corpo era lavato e sparso di unguenti aromatici contenuti negli aryballoi, alabastra, e nelle lekytho,i per lo più importate prima da Corinto e poi da Atene. Le analisi delle pareti interne di tali contenitori hanno restituito tracce di lipidi ed essenze odorose.
Il defunto era successivamente vestito (Tomba del Morto a Tarquinia) e composto nel suo letto, coi piedi rivolti all’ingresso. L’abitazione veniva accuratamente spazzata (la scopa era ritenuta avere un potere apotropaico, che scacciava gli spiriti maligni). Probabilmente accompagnavano il rito, fin dall’inizio, oggetti magici e fumigazioni odorose, nonché particolari nenie musicali. Passato il tempo stabilito dall’uso per l’esposizione ed il lamento, il morto, nel caso di un rito incineratorio, era portato, probabilmente di notte, dove era stata preparata la catasta di legna che doveva bruciarlo.
E’ probabile che venissero utilizzate particolari essenze legnose per coprire l’odore acre della carne bruciata, come ad esempio il cipresso o altri alberi resinosi.
Il corteggio accompagnava il defunto tra alte esplosioni di lamento ed abiti neri (come è possibile osservare nel famoso corteo della situla della Certosa o su molti affreschi di tombe tarquiniesi). Il morto era poi deposto sulla catasta, col suo letto ed accompagnato dagli ultimi doni come stuoie, stoffe di lana o di lino, sostanze odorose e fiori, forse anche focacce o altri cibi, oggetti di particolare distinzione.
Uno dei parenti poi, voltato all’indietro per non incorrere nella maledizione del defunto, accostava la torcia sulla catasta. Quando la legna era consumata, spenti con acqua gli ultimi tizzoni, si raccoglievano con grandissima cura le ossa in un panno e le si lavava anche con latte o vino, le si asciugava e le si deponeva nell’urna. Davanti ai resti del defunto ed alla fossa che doveva accoglierlo (sempre fuori delle mura cittadine, come prevedeva il rituale del sulcus primigenius) era poi ucciso un animale, una pecora o una capra, raramente un vitello, spesso un maiale: il sangue caldo placava l’anima del defunto (famoso è l’incontro narrato nell’Odissea fra Ulisse e l’anima dell’indovino Tiresia, episodio noto anche agli Etruschi, attratto dal sangue di un capro nero sgozzato). Al banchetto funebre che seguiva sulla tomba stessa e al quale forse alludono molte scene di banchetto delle tombe tarquiniesi, si pensava partecipasse anche l’anima del defunto stesso: per lui erano deposte sulla fossa anche alcune parti di animali arrostiti.
Molto significativa anche l’offerta delle provviste che accompagnava il corredo del defunto: dai cereali, alla frutta (sono attestate ad esempio nocciole, uva, mele, melograne, miele), ad alimenti come latte, vino, formaggi, focacce, budini, minestroni (questi ultimi adombranti simbolicamente anche un sacrificio delle verdure che diventano, quasi in una sorta di rinascita, energia nuova per il defunto).
Il banchetto funerario serviva anche a purificare i presenti, che dopo la cerimonia si sottoponevano a fumigazioni lustrali (dalla fumigazione odorosa, per fumum, proviene il termine “profumo”). Del resto incensieri di molteplici tipologie sono testimoniati sia nelle sepolture, come corredi (vedi i numerosi esemplari di Tarquinia o di Vetulonia), sia in raffigurazioni, come nel famoso affresco della tomba Golini di Orvieto, come elemento essenziale, assieme ai classici servizi di bronzo, dell’apparato relativo ad un banchetto funebre.
Chiuso il sepolcro dovevano passare ancora nove giorni, seguiva un sacrificio finale e il luogo di sepoltura era definito inviolabile per i viventi. Il banchetto che allora vi si celebrava, quello definitivo, prevedeva cibi rituali specifici per i morti, come uova, lenticchie, fave, sale. La cena era consumata dai convitati parenti del morto, ormai purificati, che tornavano alla comunità chiudendo l’isolamento [150] .
Recenti scoperte da tombe etrusche di Casale Marittimo, in Toscana, hanno dimostrato come sicuramente anche in Etruria era conosciuto, almeno a livello di classi aristocratiche, l’incenso, rinvenuto appunto in grani accanto ad incensieri in legno di pero. L’incenso, prodotto incidendo i tronchi resinosi di particolari piante del genere Boswellia, che crescono solo in una ristretta area della Somalia e della Penisola arabica, era comunemente trasportato nell’antichità dai Fenici lungo le vie dell’incenso e delle spezie, dal sud dell’Arabia e da alcune stazioni litorali dell’Africa orientale. Non è poi chiaro come giungesse in Italia, se cioè direttamente trasportato dai Fenici o mediato da altre popolazioni.
Secondo i testi biblici e gli autori classici erano però note nell’antichità anche altre sostanze profumate, utilizzate pure o in miscele, per scopi rituali o mdeicinali, come mirra, benzoino, balm, bacche di ginepro).
Numerose fonti letterarie ed epigrafiche ricordano gli incensieri, gli oggetti che servivano in sostanza a diffondere il profumo delle essenze odorose nei vari ambienti, per il mondo greco e romano [151] . Essi sono convenzionalmente indicati, anche per la realtà etrusca, con il nome di thymiaterion (che vale incensiere, bruciaprofumi ecc.).
Sui thymiateria etruschi, generalmente realizzati in bronzo, ma presenti anche in altri materiali (bucchero, legno ecc.) esistono tre studi fondamentali. Per quelli villanoviani uno studio di Ducati del 1912 [152] ; su quelli di periodo orientalizzante, per lo più da Populonia, quello di Vinattieri [153] ; su quelli di periodo orientalizzante e arcaico provenienti da Tarquinia quello di Maria Paola Bini [154] .
Le linee salienti dell’ultimo studio focalizzano l’atttenzione sui contesti di utilizzo dei bruciaprofumi in Etruria. Anzitutto essi compaiono in scene di danze e giochi per le onoranze funebri in due pitture, tombali etrusche, rispettivamente la Tomba dei Giocolieri di Tarquinia e la tomba della Scimmia di Chiusi: in entrambe le scene il thymiaterion è tenuto in equilibrio sulla testa della danzatrice. Tale immagine si ricollega alla forma classica degli incensieri coevi, generalmente consistenti in un piedistallo cui è collegato una figurina di cariatide che sorregge il fusto desinente a piattello [155] . L’incensiere è collegato anche alla sfera rituale come è attestato dalla rappresentazione di due esemplari di tipo tardo-arcaico, poggiati su are sacrificali, nell’ambito di una scena di banchetto di un rilievo chiusino: si tratta in questo caso di riti collegati alle onoranze funebri. Thimiateria sono collegati anche ad offerte votive, come un esemplare rinvenuto nella stipe votiva di Montecchio Vesponi, presso Cortona, o un fusto probabilmente pertinente a thimiaterion rinvenuto nella Civita di Tarquinia, in un ambiente di carattere sacrale. Su entrambi è incisa un’iscrizione che definisce l’oggetto “offerta” appunto alla divinità Thufltha.
L’appartenenza dell’incensiere alla serie degli oggetti più strettamente legati all’uso conviviale è testimoniato in primo luogo dalla rappresentazione del thymiaterion nelle scene di banchetto di un cippo chiusino, della tomba Golini I di Orvieto e della tomba del Biclinio di Tarquinia. Di norma gli incensieri sono pertinenti a corredi di deposizioni femminili, legando in tal modo la donna alla sfera del quotidiano e del banchetto.
E’ attestata anche dalle fonti letterarie la pratica della libanomantica (previsione del futuro grazie all’osservazione del fumo dell’incenso) da parte dei sacerdoti etruschi.
[1] I testi del presente capitolo sono stati forniti dall’archeologo-conservatore del museo di Cortona, dott. Paolo Giulierini.
[2] Altri argomenti ugualmente suggestivi, come ad esempio gli odori relativi alla fusione dei metalli, all’aggiunta di additivi per la loro lavorazione, non sono stati volutamente indagati perché più significativi per altre aree, come il territorio compreso fra Populonia, Vetulonia e Massa Marittima, fulcro dell’attività metallurgica etrusca.
[3] Cfr. CASORIA 1988, p. 43 ss.
[4] D.S., Bibl., XIV, 113; LIV., Ab Urb., V, 33. Per l’evidenza archeologica etrusca in tale regione, cfr. DE MARINIS 1986 e 1989. Sulla dodecapoli campana, cfr. STR., Geog., V, 4, 3. Per ciò che concerne i rinvenimenti etruschi in Campania, cfr. BOTTINI 2000, con bibliografia.
[5] Cfr. CATO, Orig., II, 20.
[6] Cfr. FORNI 1990, p. 293 ss.
[7] Sulla ricchezza dei suoli d’Etruria in generale, cfr. D.S., Bibl., V, 40 e VARRO, De agr., I, 44 e I, 99. Sulle produzioni delle singole città cfr. CRISTOFANI-GRAS 1984, p. 81 e VITERBO 1987, p. 41 ss.
[8] Cfr. CRISTOFANI-GRAS 1984, p.74.
[9] Cfr. BIANCHI BANDINELLI-TORELLI 1986, TAV. 7.
[10] D.H., Ant. Rom., II, 34, 2-5; IV, 12-16; IV, 25, 2; IV 52, 5-8; LIV., Ab Urb., II, 34; IV, 2; IV, 25; IV, 52. È un fatto però che durante il precedente governo dei re etruschi a Roma non si registrino carestie, frutto probabilmente di una attenta politica annonaria.
[11] Cfr. CATALLI 1990, p. 70 ss.
[12] LIV., Ab Urb., XXVIII, 45, 14.
[13] PLIN., N.H., XVIII, 87.
[14] PLIN., N.H., XVIII, 23, 97.
[15] Cfr. ERNOUT-MEILLET 1932, p. 545, s.v. puls.
[16] PLAUT., Most., 828 e Poe., 54.
[17] IUV., Sat., XI, 109.
[18] PLIN., N.H., XVIII, 109.
[19] PLIN., N.H., XVIII, 30, 117 ss.
[20] FEST., De verb. sign. 81 L.
[21] Cfr. QUILICI 1979, p. 79 (resti di tali focaccette sono stati ritrovati anche in sepolture).
[22] Per un inquadramento generale sul primo impianto di vitigni in Grecia e Magna Grecia cfr. FAILLA-FORNI 1999 e LIUNI 2000, pp. 111-172.
[23] Emblematico è il corredo detta tomba Z 1 a per il quale cfr. TORELLI 2000b, pp. 89-90.
[24] AGOSTINIANI 2000, pp. 103-108.
[25] TORELLI 2000b, pp. 89-100.
[26] VITERBO 1987, pp. 61-70.
[27] AMPOLO 1980, pp. 31-32. Vinaccioli di uva recentemente scoperti nella tomba A della necropoli di Casale Marittimo, della metà del VII secolo a.C., si riferiscono a semplici grappoli (cfr. ESPOSITO 2001, p. 87 ss.).
[28] Cfr. in particolare RIZZO 1990, p. 106, n. 39. Le analisi finora effettuate sulle anfore da trasporto prodotte in Etruria meridionale assicurano per la presenza di resine interne e di tannino che il prodotto trasportato era vino (CRISTOFANI 1985, s.v. agricoltura).
[29] Per un’ampia disamina sul tema iconografico di Dioniso e i pirati tirreni cfr. MARTELLI 1987, p. 311, n. 130 e fig. 130, p. 176.
[30] Per un inquadramento generale sull’evoluzione delle forme della produzione agricola ed anche vitivinicola, e sul commercio dei prodotti cfr. CRISTOFANI-GRAS 1984, pp. 73-106.
[31] Emblematico il servizio di buccheri della “Camera degli Alari” da Cerveteri, per il quale cfr. da ultimo TORELLI 2000b, p. 99.
[32] BUONAMICI 2000, pp. 79-80.
[33] Come, ad esempio, la situla della Certosa, per la quale cfr. VITERBO 1987, p 146, n. 8, con bibliografia.
[34] Cfr. in generale CRISTOFANI 1987, pp. 123-132, con bibliografia.
[35] VITERBO 1987, p 150, n. 15, con bibliografia.
[36] Cfr. da ultimo VANNI 2001, pp. 131-139.
[37] VITERBO 1987, p. 79, con bibliografia.
[38] VITERBO 1987, p. 185 ss., con bibliografia.
[39] D.H., Ant. Rom, I, 37, 2.
[40] D.H., Ant. Rom., XIII, 10-11
[41] LIV., Ab Urb., V, 33
[42] ATHEN., Deipn., XV, 702.
[43] PLIN., N. H., 14, 36.
[44] PLIN., N. H., 14, 38 e 14, 35.
[45] PLIN., N. H., XIV, 39.
[46] PLIN., N. H., XIV, 67-68.
[47] MART., Ep., 13, 124.
[48] COLUM., De re r., 3, 9, 6.
[49] PLIN., N.H., XIV, 39.
[50] OR., Sat., 2, 3, 142-144; PERS., Sat., 5, 147; MART., Ep., I, 103, 9; 2, 53, 4; 3, 49.
[51] PLIN, N.H., 15, 1, 65.
[52] D.H. , Ant. Rom., XIII, 10-11.
[53] Cfr. BOARDMAN 1990, p. 143, n. 212.
[54] Cfr. VITERBO 1987, p. 37 ss.
[55] D.S., Bibl. V, 40.
[56] D.H., Ant. Rom., XIII, 10-11.
[57] HEURGON 1992, p. 157.
[58] Cfr. VITERBO 1987, p. 61 ss.
[59] ESPOSITO 2001, p. 87 ss.
[60] Cfr. FORNI 1990, p.374 ss.
[61] Cfr. VITERBO 1987, p. 61 ss. e RENDELI 1993, p. 137.
[62] Sui rinvenimenti paleobotanici dell’abitato del Forcello cfr. DE MARINIS 1986, p.183 ss.
[63] Sul trattato agronomico di Saserna padre, di cui ci rimangono frammenti tradotti in latino riportati da Columella, Varrone, Plinio il Vecchio, cfr. KOLENDO 1973.
[64] Cfr. VITERBO 1987, p. 61 ss.
[65] CRISTOFANI-GRAS 1984, p. 81.
[66] OV., Am., III, 14, 13-14.
[67] COLUM., De re r., VI, 1, 2.
[68] Per una raccolta sistematica delle fonti letterarie concernenti la prescrizione di non uccidere i buoi destinati all’aratura cfr. AMPOLO 1980, p. 46. Non sempre però il prescritto doveva essere rispettato, specialmente tra gli aristocratici; lo si deduce, ad esempio, dalla dispensa dipinta all’interno della Tomba Golini di Orvieto, dove è rappresentato un bovino decapitato ed appeso ad un trave, pronto per la macellazione.
[69] Sulle fonti letterarie relative all’allevamento cfr. ancora CRISTOFANI-GRAS 1984 p. 81 e VITERBO 1987, p. 45 ss. Una bella raffigurazione di una mandria di verri guidati da un porcaro è incisa su una situla d’argento rinvenuta a Chiusi e riferibile al 650 a.C. ora al Museo Archeologico di Firenze. Sui rinvenimenti osteologici di animali allevati in contesti etruschi cfr. VITERBO 1987 p. 61 ss. e RENDELI 1993 p. 144-145.
[70] L’apporto alimentare derivante dalla cacciagione sembrerebbe comunque sempre marginale anche fra la popolazione pù umile, almeno a giudicare dai reperti osteologici (cfr. ad esempio BARTOLONI-CIANFERONI-DE GROSSI MAZZORIN 1997, con bibliografia).
[71] Per la caccia in Etruria cfr. CAMPOREALE 1984; per la Tomba del Cacciatore, di fine VI secolo a.C., cfr. VITERBO 1987, p. 52.
[72] Cfr. VITERBO 1987, p. 49 ss.
[73] PLIN., N.H., XI, 238.
[74] MART., Ep., XIII, 30.
[75] Cfr. VITERBO 1987, p. 55 ss.; GIANFROTTA 1988.
[76] Cfr. BIANCHI BANDINELLI-TORELLI 1986, Tav. 94.
[77] STR., Geog., V, 2, 6 e V, 2, 8.
[78] STR., Geog., V, 2, 8.
[79] COLUM., De re r., VIII, 16.
[80] Cfr. l’alimentazione degli schiavi della villa romana di Settefinestre, vicino a Cosa (CARANDINI 1988, p. 154 ss.). Sulla paleonutrizione e i suoi apporti all’archeologia cfr. GUILLON-METZ 1987, p. 311 ss.
[81] Cfr. VITERBO 1987, p. 119 ss.
[82] Cfr. VITERBO 1987, p. 126.
[83] BARTOLI-MALLEGNI-FORNACIARI 1997 con bibliografia ed altri dati relativi alla necropoli di Pontecagnano.
[84] Cfr. la rassegna di 6 coperchi di sarcofagi etruschi con obeso analizzata da TABANELLI 1963, p. 70 ss. e TAV. VII.
[85] CATUL., Ep., 39. 11.
[86] VERG., Georg., II, 193.
[87] Sull’obesità nel mondo antico, in generale, cfr. GOUREVITCH-GRMEK 1987.
[88] CAEL. AUREL., Morb. chron., V, 130-131.
[89] Cfr. BIANCHI BANDINELLI-TORELLI 1986, TAV. 93.
[90] D. S., Bibl., V, 40.
[91] Sull’alcoolismo nell’antichità classica, specie in Grecia, cfr. SOURNIA 1987, con bibliografia precedente.
[92] ARISTOT., in ATHEN., Deipn., I, 23 d. Un frammento del malevolo storico greco Teopompo, di metà IV secolo a.C., riportato in ATHEN., Deipn., XII, 517 d ss., ricorda, a tal proposito, che le dame aristocratiche etrusche erano "forti bevitrici di vino".
[93] Cfr. O’BRIEN 1981.
[94] Per una sistematica trattazione degli ex-voto poliviscerali cfr. TABANELLI 1962. Cfr. a titolo di esempio le TAVV. XIX-XXI.
[95] PLU., De ed. puer., 17; DIOG. LAERT., Vitae Phil., VIII, 23; PORPH., Vita Pyt., 44; GIAMBL., Vita Pyt., 109.
[96] TERTUL., De an., 31.
[97] DIOG. LAERT., Vitae Phil., VIII, 45; GIAMBL., Vita Pyt., 189-194.
[98] LUCIAN., Somn., 5-6.
[99] CIC., De divinat., I, 62.
[100] Sulle prescrizioni mediche pro o contro la fava e sul favismo cfr. GRMEK 1985, pp. 361-418.
[101] HIPP., Epid., II, 4, 3.
[102] Casi di favismo si sono genericamente ipotizzati per alcuni inumati delle necropoli di Pontecagnano (cfr. FORNACIARI 1995, p. 472).
[103] Cfr. cap. III.
[104] LIV., Ab Urb., II, 7.
[105] LIV., Ab Urb., XXVIII, 45.
[106] IUV., Sat., III, 191.
[107] LIV., Ab Urb., II, 7.
[108] LIV., Ab Urb., IX, 36, 11.
[109] FRONT., Start., I, 2; PLB., Hist., II, 27; PLIN., N.H., III, 20.
[110] VERG., Aen., VIII, 597 ss
[111] PLB., Hist., III, 40; LIV., Ab Urb., XXI, 25.
[112] LIV., Ab Urb., XXIII, 24; FRONT., Strat., I, 6.
[113] FRONT., Strat., II, 5.
[114] STR., Geog., V, 2.
[115] Una raccolta esaustiva di fonti in BONACELLI 1929, p. 488 ss.
[116] RENDELI 1993, p. 131, Tabella 1.
[117] Non è ancora stato ben studiato il tipo di impatto sul manto boschivo da parte delle città etrusche e del progressivo estendersi di nuovi insediamenti preposti ad attività agricole (ma anche commerciali o metallurgiche): certamente si sarà trattato di processi che avranno implicato notevoli disboscamenti per la messa a coltura o l’occupazione di nuove aree. Alcune ipotesi in RENDELI 1993, p. 134 ss.
[118] Per un inquadramento fitofaunistico dell’attuale Toscana cfr. MARTINI 1988, p. 35 ss.
[119] ESIOD., Theog., V, vv. 1011-1015.
[120] TEOPHR., Hist. pl., IX, 15. A TAV. XVIII è presentata una rassegna delle piante delle quali si conosce un utilizzo a fini medici da parte degli Etruschi.
[121] Varrone (citato in Servio, Ad Aen., XI, 787) e PLIN., N.H., VII, 2.
[122] MART. CAPEL., Nupt., VI.
[123] TEOPHR., Hist. pl., IX, 16.
[124] PLAUT., Men., 913.
[125] ESIC., Lex., s.v. efémeros.
[126] DIOSC., De mat. med., IV, 79.
[127] GAL., Temp., VI, 2.
[128] PLIN., N.H., XXIV, 16.
[129] PLIN., N.H., XIV, 2. Da Livio (Ab. Urb.,XXVIII, 45), siamo a conoscenza che grande produttrice di lino era la città di Tarquinia, la quale fornì le vele (appunto in lino) per la flotta di Scipione l’Africano alla volta dell’Africa.
[130] Da Livio (Ab. Urb., XXVIII, 45), siamo a conoscenza che grande produttrice di lino era la città di Tarquinia che fornì le vele (appunto in lino) per la flotta di Scipione l’Africano alla volta dell’Africa. Per scene di bendaggio a feriti nel mondo etrusco vedi oltre.
[131] STR., Geog., V, 2.
[132] TEOPHR., Hist. pl., IV, 10.
[133] OV., Med. fac., I, 65.
[134] Cfr. BERTOLDI 1936.
[135] PS.-APUL., Herb., 57.
[136] Cfr. PALLOTTINO 1984, p. 330 ss.
[137] Forse un collegamento è con la pianta denominata cocla nell’agro piacentino.
[138] Dalle radici della genziana si ricava anche una droga ricca di glicosidi amari e pectine con proprietà febbrifughe e eupeptiche.
[139] Il giusquiamo è un’erba annua, velenosa, della famiglia della Solanacee, spontanea nei luoghi ruderali e coltivata per le proprietà medicinali di fogli e semi che, ricchi di diversi alcaloidi (atropina, iosciamina, scopolanina) sono usati per la loro azione analgesica, antiasmatica, broncosedativa, disintossicante e sedativa.
[140] Contentente rizomi ricchi di olio per profumi con odore di muschio.
[141] Si tratta del Fraxinus ornus, comune nei boschi dell’Europa meridionale, coltivato in Sicilia per ricavare la manna che si ottiene dai suoi rami opportunamente incisi; è simile al frassino comune, ma più piccolo, con fiori raccolti in fitte pannocchie che compaiono sulla pianta prima delle foglie. La manna è usata in medicina come blando lassativo per il suo contenuto in mannite.
[142] Il Viburnum lantana ha frutti a drupa nera eduli, foglie e frutti con proprietà toniche e astringenti.
[143] Erba perenne delle graminacee (Lygeum Spartum) comune in zone aride e salmastre della regione mediterranea. Ha foglie giunchiformi e fiori singoli in pannocchie. Dalle foglie si estrae una fibra per cordami.
[144] Si tratta di un’erba perenne delle Dioscoreacee detta anche “Vite nera”, comune nei boschi e nelle siepi delle nostre regioni. Dal suo grosso tubero si sviluppano ogni anno fusti sottili e volubili, con foglie cordate alla baste, acuminate. Ha frutti a bacca rossa; il tubero nella medicina popolare è usato per le sue proprietà diuretiche, emolitiche, vulnerarie.
[145] Cfr. PALLOTTINO 1984, p. 446 ss. e 484 ss..
[146] MACR., Sat., III, 38, 3. Per la rosa canina e il rovo, delle quali Dioscuride ci ricorda l’utilizzo, si deve pensare in ogni caso al fatto che le sostanze contenute nelle piante vanno assunte in quantità ben dosate, note allora a pochi esperti.
[147] Per alcuni esemplari cfr. TAV. XX a, b. Sulle diverse tipologie di colatoi e sui vasi per filtrare (in terracotta e metallo) cfr. VITERBO 1987, p. 174 n. 66, p. 175 n. 69 e n. 73, p. 176 n. 74 e n. 75, p. 177 n. 81, p. 178 n. 83. Di norma l’utilizzo di tale instrumentum è legato al consumo di vino, che veniva preparato con l’aggiunta di spezie in grandi crateri per poi essere prelevato e infine filtrato. Ma è chiaro che i colatoi potevano essere utilizzati anche nella preparazione di infusi e decotti.
[148] Cfr. CECCONI-MELANI 1984, p. 86.
[149] Parte della tabella rielabora i dati che compaiono in Sterpellone (1990, p. 72 ss.) integrati con le attestazioni paleobotaniche (RENDELI 1993, p. 131), con le raffigurazioni di piante nell’arte etrusca (PAMPANINI 1930 e 1931) e con le fonti letterarie relative al mondo vegetale in Etruria (cfr. supra e BONACELLI 1929, VITERBO 1987, p. 41 ss.). Le caselle in bianco nella terza colonna della tabella indicano che non è conosciuto un utilizzo medico della pianta.
[150] L. Quilici, Roma primitiva e le origini della civiltà laziale, Roma, 1988.
[151] In generale cfr. C. Zaccagnino, Il thymiaterion nel mondo greco, Roma, 1998.
[152] P. Ducati, Gli incensieri della civiltà villanoviana in Bologna, in BPI, VII-VIII, 1911-1912, pp. 11-29.
[153] E. Vinattieri, Per la forma, la tecnica e la destinazione dei “cosiddetti incensieri di tipo vetuloniese”, in STUDI ETRUSCHI, XX, 1948, 99.
[154] M. Paola Bini, Thymiateria, in G. Pianu (a cura di), I bronzi etruschi e romani, Materiali del Museo Archeologico Nazionale di Tarquinia, XIII, Roma, 1955, pp. 299-307.
[155] L’altra forma, a cilindro svasato, è più antica.